Che cosa l’intelligenza artificiale generativa può insegnarci sulle macchine, sull’intelligenza e, forse, su noi stessi.
L’intelligenza artificiale scrive testi, genera immagini, produce software, risolve problemi e sostiene conversazioni sempre più convincenti.
Ma tutto questo significa che le macchine sono davvero intelligenti?
È la domanda da cui parte il mio articolo “Dentro la mente dell’intelligenza artificiale”, pubblicato nel numero di luglio-agosto 2026 di Sapere.
Una domanda apparentemente semplice, che in realtà ne contiene molte altre.
Che cosa chiamiamo intelligenza?
Una prima difficoltà è che non possediamo una definizione universalmente condivisa di intelligenza, nemmeno quando parliamo dell’essere umano.
È la capacità di risolvere problemi? Di apprendere? Di adattarsi? Di comunicare? Di comprendere il mondo, se stessi e gli altri?
Fin dal celebre lavoro di Alan Turing del 1950, l’informatica ha spesso adottato una scorciatoia pragmatica: invece di domandarsi se una macchina pensi davvero, possiamo chiederci se sia capace di comportarsi come se pensasse.
Con i moderni Large Language Models questa distinzione è diventata sempre più difficile da percepire.
Questi sistemi dialogano, spiegano, argomentano e talvolta sembrano persino ragionare. Ma dietro questo comportamento linguistico troviamo modelli matematici che apprendono regolarità statistiche da enormi quantità di dati.
Possono quindi manifestare comportamenti intelligenti senza che questo implichi necessariamente una comprensione di ciò che stanno facendo.
Agire senza comprendere
Questo apparente paradosso è uno dei temi centrali dell’articolo.
L’intelligenza artificiale contemporanea non è nata riproducendo fedelmente il funzionamento della mente umana. Reti neurali, apprendimento statistico e modelli linguistici hanno piuttosto trovato efficaci scorciatoie ingegneristiche per produrre comportamenti che assomigliano ad alcune forme dell’intelligenza umana.
Per usare l’espressione di Luciano Floridi, questi sistemi possono agere sine intellegere: agire senza comprendere.
Questo non rende i risultati meno straordinari. Al contrario, potrebbe essere proprio uno degli aspetti più interessanti dell’attuale sviluppo tecnologico.
Ci obbliga però a essere prudenti quando attribuiamo alle macchine categorie tipicamente umane: comprensione, intenzionalità, coscienza, volontà.
L’intelligenza umana non è soltanto calcolo
Il confronto diventa ancora più interessante quando spostiamo l’attenzione dalle macchine a noi stessi.
L’intelligenza umana non sembra essere semplicemente il risultato di un potente sistema di elaborazione delle informazioni racchiuso nel cervello. Linguaggio, percezione, memoria, emozioni, relazioni e interazione con il mondo fisico contribuiscono tutti a ciò che chiamiamo intelligenza.
Dalla teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner fino alle prospettive dell’embodied cognition, una lunga tradizione della psicologia, della filosofia e delle neuroscienze suggerisce che il pensiero non possa essere facilmente separato dal corpo e dal mondo in cui quel corpo vive.
L’intelligenza artificiale è qualcosa di diverso.
Non possiede una storia biologica, un metabolismo o un’esperienza vissuta. Il suo ambiente è costituito soprattutto da dati, algoritmi e infrastrutture computazionali costruite da noi.
Forse, allora, il punto non è chiedersi quanto rapidamente le macchine stiano diventando simili agli esseri umani.
Potremmo invece trovarci di fronte alla nascita di forme di intelligenza diverse dalla nostra, con caratteristiche e limiti propri.
La domanda, alla fine, riguarda noi
Da qui emerge quella che considero la questione più importante.
Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto:
“L’intelligenza artificiale è davvero intelligente?”
e cominciare a domandarci:
“Che cosa siamo disposti a delegarle?”
I sistemi di intelligenza artificiale entrano sempre più spesso nei processi decisionali della scienza, della sanità, della finanza, della pubblica amministrazione e dell’accesso all’informazione.
Gli algoritmi non sono però oggetti neutri: incorporano obiettivi, criteri, dati e scelte compiute dagli esseri umani.
La sfida non è quindi soltanto tecnologica.
È anche etica e, in ultima analisi, antropologica.
Comprendere l’intelligenza artificiale significa inevitabilmente interrogarci su cosa intendiamo per intelligenza, responsabilità, comprensione e autonomia umana.
Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti dell’attuale rivoluzione dell’AI: cercando di comprendere macchine sempre più sofisticate, potremmo finire per comprendere un po’ meglio noi stessi.
L’articolo completo, “Dentro la mente dell’intelligenza artificiale”, è disponibile gratuitamente su SapereScienza.
