[{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Il dibattito sull’Intelligenza Artificiale nella ricerca scientifica sta diventando sempre più interessante. E, credo, sempre più importante. Non riguarda soltanto quanto l’AI sia capace di risolvere problemi, di produrre codice, dimostrare teoremi o analizzare quantità di informazioni che un essere umano non potrebbe affrontare negli stessi tempi. Riguarda anche, e forse soprattutto, il nostro rapporto con la conoscenza.\nQuanto conta che un sistema di AI riesca a produrre qualcosa più velocemente di noi, se poi quel qualcosa non può essere realmente compreso, manipolato, riutilizzato e trasformato dagli esseri umani? E ancora: l’obiettivo della ricerca è semplicemente aumentare la produzione? Più articoli, più teoremi, più codice, più risultati? Oppure esiste una dimensione della conoscenza che riguarda anche il percorso attraverso il quale la costruiamo: la comprensione, l’intuizione, il confronto con gli altri, il tempo trascorso su un problema e, in senso più ampio, il fiorire dell’essere umano attraverso l’attività intellettuale?\nQualche giorno fa ho avuto modo di parlarne con un mio amico, il prof. Damiano Mazza, un matematico e ricercatore al CNRS, direttore del Laboratorio di Informatica di Parigi Nord. La conversazione era nata intorno alle recenti notizie sull’utilizzo dei grandi modelli linguistici nella matematica e, in particolare, nella formalizzazione automatica delle dimostrazioni. A un certo punto mi ha mandato su WhatsApp una lunga riflessione. Mi è sembrata interessante perché sposta il discorso dalla domanda più immediata, “quanto è brava l’AI a fare matematica?”, a una domanda molto più radicale: che cosa significa, per noi, fare matematica?\nLa riporto di seguito. L’incipit è quello di una risposta ad una mia segnalazione di articolo dal quotidiano “Il Fatto Quotidiano”: Claude formalizza in undici giorni la dimostrazione del Teorema di Fermat, il progetto umano prevedeva 10 anni.\nCiao Daniele, non ho letto l’articolo perché richiede un abbonamento, quindi non so se riporti anche cosa ne pensano gli esperti. In generale, chi lavora nella formalizzazione, e conosco diverse persone che se ne occupano, cerca di rendere una dimostrazione formale leggibile, comprensibile e, soprattutto, riutilizzabile. Normalmente dimostrazioni complesse richiedono un’enorme quantità di risultati preliminari, definizioni e lemmi di base, che possono poi essere utilizzati anche in altri contesti. È qualcosa di molto simile a un software complesso costruito sopra numerose librerie condivise.\nLe autoformalizzazioni prodotte attraverso sistemi di AI vengono talvolta criticate proprio perché possono risultare poco utilizzabili da questo punto di vista. Lo scopo della formalizzazione di un risultato matematico importante, infatti, non è necessariamente quello di essere sicuri che il teorema sia vero. In molti casi sulla correttezza del risultato non ci sono particolari dubbi. Il vero interesse consiste nel rendere espliciti tutti i dettagli della dimostrazione, estrarne la struttura e presentarla nel modo più modulare possibile. In questo modo, in futuro, altre dimostrazioni potranno appoggiarsi su quel lavoro senza dover ricostruire da zero tutta la parte fondazionale.\nIl problema è che le grandi aziende di AI sembrano spesso avere incentivi diversi. La logica rischia di diventare quella del primato: questo risultato l’abbiamo ottenuto noi e non un concorrente. Si tratta di “piantare una bandiera”. Diventa allora del tutto secondario che la formalizzazione sia composta da centinaia di migliaia di righe di codice difficili da leggere e da riutilizzare, e dalle quali la comunità matematica, come comunità, apprende relativamente poco.\nC’è poi il caso, molto discusso, del lavoro sulle equazioni di Navier–Stokes. Due ricercatori stavano sviluppando, aiutandosi anche con Claude e ChatGPT, alcune idee precedentemente introdotte da altri matematici per arrivare ad una soluzione di un celebre problema aperto relativo a tali equazioni. Si trattava di una ricerca indipendente, senza nessun coinvolgimento diretto di alcuna azienda di AI, sebbene uno dei due ricercatori sia un impiegato di Anthropic. OpenAI è venuta in qualche modo a sapere dei notevoli progressi di questi due ricercatori, nonché del fatto che uno di loro era impiegato dall’azienda sua acerrima rivale. Poiché il problema in questione è una sorta di Graal (è uno dei cosiddetti “Millennium Problems”, per i quali nel 2000 l’Istituto Clay ha offerto un premio di un milione di dollari a chiunque ne risolva uno), hanno immediatamente orientato una quantità enorme di risorse verso la soluzione di questo problema, che hanno ottenuto in tempi brevissimi, potendo così “piantare” un’altra bandiera (e che bandiera: risolvere un Millennium Problem è un po’ l’equivalente dello sbarco sulla Luna all’epoca della corsa allo spazio). In tutto questo, c’è il fortissimo sospetto che i risultati parziali dei due ricercatori siano stati utilizzati, senza il loro consenso, per il training del modello interno utilizzato da OpenAI, che è così potuta partire da una posizione già considerevolmente avanzata verso la soluzione del problema.\nLa vicenda ha alimentato una discussione molto più ampia sulla competizione tra grandi aziende, sull’enorme disparità di risorse computazionali disponibili e, soprattutto, sui problemi di attribuzione del lavoro intellettuale quando sistemi di AI vengono utilizzati per accelerare ricerche iniziate da altri. Al di là di come siano andate esattamente le cose in questo caso specifico, la questione generale rimane importante. Un’azienda può mobilitare migliaia di agenti artificiali in parallelo e arrivare rapidamente a un risultato sul quale piccoli gruppi di ricercatori hanno lavorato per mesi o anni. Ma allora diventano inevitabili alcune domande: chi ha avuto l’idea? Chi ha costruito le fondamenta? Chi deve ricevere credito? E che cosa rimane alla comunità scientifica oltre al risultato finale?\nLa filosofia dominante sembra essere che l’AI sia soprattutto un acceleratore. Qualunque cosa tu debba fare, l’AI dovrebbe permetterti di farne di più e più rapidamente. Ma in matematica, e probabilmente in qualunque attività creativa, bisogna anche riflettere. E che cosa significa “riflettere di più e più rapidamente”? Il rischio è che si ragioni esclusivamente in termini produttivi e non umanistici.\nDella matematica, allora, non importa più il procedimento: importa l’output. L’output sono i teoremi. Se l’AI permette di dimostrare più teoremi, più rapidamente e con meno fatica, nella logica puramente produttiva il problema sembra risolto. Ma è davvero così?\nLo stesso ragionamento si potrebbe applicare alla musica. Se tutto ciò che conta è l’output, allora l’output della musica sono le canzoni. Un sistema di AI può produrre più canzoni, più rapidamente e con meno fatica. Ma chi ragiona esclusivamente così probabilmente trascura una parte essenziale dell’esperienza musicale: scrivere una canzone, provare con il proprio gruppo, improvvisare insieme, suonare su un palco, provare emozioni e condividerle.\nIn generale la tecnologia tende a sollevarci da qualcosa che consideriamo oneroso. Il problema dello sviluppo attuale dell’AI, fortemente guidato dagli interessi economici di grandi aziende private, è che si potrebbe progressivamente insinuare l’idea che anche pensare sia un’attività onerosa. Pensare diventa precisamente ciò che una macchina può fare al nostro posto. Al di là del linguaggio dell’AI come “acceleratore”, il rischio è di arrivare implicitamente all’idea che sia desiderabile avere qualcosa che pensi per noi, perché il dover pensare sarebbe soltanto una delle tante fatiche della condizione umana dalle quali la tecnologia può liberarci. Personalmente trovo questa prospettiva terrificante.\nQualche settimana fa, in una conversazione con amici, mi si chiedeva se i matematici fossero preoccupati dall’AI. Credo che molti lo siano, ma non necessariamente perché temano di perdere il proprio lavoro. Il problema più profondo è un altro: stiamo iniziando a subappaltare alcune delle nostre capacità cognitive più elevate. Come faranno i futuri ricercatori a imparare come si fa ricerca, se una parte crescente del processo viene delegata a macchine che “pensano” al loro posto? Il prof. Terence Tao della UCLA dedica un interessante post a questo tema, mostrando come le preoccupazioni dei matematici non siano tanto occupazionali, col timore che l’AI prenda il loro posto, quanto esistenziali.\nIl mantra delle aziende di AI è che i loro prodotti non “pensano” al nostro posto ma ci liberano dai compiti intellettuali minori, permettendoci di concentrare le nostre facoltà sulle cose davvero importanti. Ma chi ci dice che non sia proprio grazie alla miriade di sforzi intellettuali banali, fatti costantemente tutti i giorni, che riusciamo ad essere creativi, brillanti, intelligenti quando abbiamo bisogno di esserlo? È un po’ come se un centometrista, interessato solo a vincere medaglie, smettesse di correre agli allenamenti, perché non è durante gli allenamenti che si vincono medaglie…\nSe l’AI fosse sviluppata avendo esplicitamente il bene dell’umanità come uno dei propri obiettivi fondamentali, domande di questo genere dovrebbero essere affrontate prima di lanciarsi nella direzione verso la quale stiamo andando.\nForse, allora, ciò che deve preoccuparci non è tanto l’AI in sé. È anche, e soprattutto, il contesto economico e sociale all’interno del quale la stiamo sviluppando.\nQui finisce il messaggio del prof Mazza. Trovo questa riflessione importante perché tocca un problema che va ben oltre la matematica. Se l’AI diventa un paradigma dominante, saremo portati a modellare mentalmente ogni nostro pensiero, ogni nostra interazione col mondo in termini di input e output, funzioni obiettivo, metriche quantitative. E il problema non è tanto che si diventa disumani, ma che si diventa vittime degli strumenti che noi stessi abbiamo creato per cercare di “ordinare il mondo”.\nNella ricerca scientifica stiamo iniziando a misurare le capacità dei sistemi di AI utilizzando metriche comprensibili e, apparentemente, oggettive: quanti problemi risolvono, quanti benchmark superano, quanto codice producono, quanti teoremi riescono a dimostrare. Sono metriche utili. Ma rischiano di misurare soltanto ciò che è facile contare.\nLa conoscenza scientifica non è soltanto il risultato finale. È una struttura che deve poter essere ispezionata, criticata, modificata, ricombinata e trasmessa. Un risultato scientifico che soltanto una macchina è in grado di generare, all’interno di una catena di ragionamento troppo complessa perché una comunità umana possa appropriarsene, pone quindi un problema molto particolare. Potrebbe essere formalmente corretto. Potrebbe essere nuovo. Potrebbe perfino essere straordinariamente utile. Eppure potrebbe contribuire molto meno di quanto immaginiamo alla conoscenza umana.\nÈ un tema sul quale sto riflettendo da tempo anche lavorando sull\u0026rsquo;AI applicata alla scienza: non basta chiedersi se una macchina sia in grado di accedere alla conoscenza o di produrne di nuova. Dobbiamo chiederci chi governa quella conoscenza, come viene organizzata, quanto rimane comprensibile, quanto può essere riutilizzata dalle comunità scientifiche e quanto contribuisce alla fioritura dell’essere umano intesa come nostra maggiore comprensione del mondo, di noi stessi.\nEd è qui che la questione tecnica finisce inevitabilmente per diventare una questione antropologica.\nForse la domanda non è: quanto velocemente può pensare una macchina? La domanda più interessante potrebbe essere: che tipo di esseri umani vogliamo diventare, ora che abbiamo macchine capaci di svolgere una parte crescente delle attività che fino a ieri chiamavamo “pensare”?\nSe il criterio è esclusivamente la produzione, la risposta sembra semplice: più risultati, più rapidamente. Se invece il criterio comprende anche comprensione, autonomia, creatività, responsabilità e crescita della persona, allora il problema diventa molto più complesso. Perché forse la fatica di capire non è un difetto da eliminare dal processo della conoscenza. Forse ne è una parte essenziale.\nE, in questo senso, la vera sfida dell’AI nella ricerca scientifica potrebbe non essere costruire sistemi capaci di pensare sempre di più al nostro posto. Potrebbe essere costruire sistemi capaci di aiutarci a pensare meglio, senza privarci del bisogno, e del piacere, di farlo.\n","date":"2026-09-11","image":"/news/il-piacere-di-pensare/images/il-piacere-di-pensare_hu_86f8c28b542ffbe9.png","month":"2026-09","permalink":"/news/il-piacere-di-pensare/","summary":"Il dibattito sull’Intelligenza Artificiale nella ricerca scientifica sta diventando sempre più interessante. E, credo, sempre più importante. Non riguarda soltanto quanto l’AI sia capace di risolvere problemi, di produrre codice, dimostrare teoremi o analizzare quantità di informazioni che un essere umano non potrebbe affrontare negli stessi tempi. Riguarda anche, e forse soprattutto, il nostro rapporto con la conoscenza.\nQuanto conta che un sistema di AI riesca a produrre qualcosa più velocemente di noi, se poi quel qualcosa non può essere realmente compreso, manipolato, riutilizzato e trasformato dagli esseri umani? E ancora: l’obiettivo della ricerca è semplicemente aumentare la produzione? Più articoli, più teoremi, più codice, più risultati? Oppure esiste una dimensione della conoscenza che riguarda anche il percorso attraverso il quale la costruiamo: la comprensione, l’intuizione, il confronto con gli altri, il tempo trascorso su un problema e, in senso più ampio, il fiorire dell’essere umano attraverso l’attività intellettuale?\n","tags":["intelligenza-artificiale","ricerca-scientifica","etica-ai","matematica","conoscenza"],"title":"Il Piacere di pensare"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"È stato appena pubblicato su SoftwareX il nostro nuovo paper:\n\u0026ldquo;mcp-fdsnws-event: An MCP gateway for FDSNWS-Event web services\u0026rdquo;, di Valentino Lauciani e Daniele Bailo.\nIl lavoro presenta mcp-fdsnws-event, un software open source che crea un ponte tra i servizi standard della comunità sismologica e il nuovo ecosistema di applicazioni basate su Large Language Models e agenti AI.\nL\u0026rsquo;idea di partenza è semplice.\nDa anni la comunità sismologica utilizza lo standard FDSN Web Services per interrogare cataloghi di terremoti e recuperare informazioni sugli eventi sismici. Questi servizi sono robusti, interoperabili e largamente adottati, ma il loro utilizzo presuppone normalmente una conoscenza delle API, dei parametri di interrogazione e di formati come QuakeML.\nCon mcp-fdsnws-event, gli stessi servizi vengono esposti attraverso il Model Context Protocol (MCP), uno standard emergente che permette ai sistemi AI di scoprire e utilizzare strumenti e sorgenti dati in maniera strutturata.\nIn pratica, un agente AI può utilizzare il software per rispondere a richieste come:\n\u0026ldquo;Find earthquakes with magnitude above 3 in Central Italy during the last month\u0026rdquo;\ne trasformare questa richiesta in interrogazioni reali verso infrastrutture sismologiche esistenti.\nIl server mette a disposizione strumenti per cercare eventi e recuperare informazioni dettagliate su origini, magnitudo, arrivi delle fasi sismiche e meccanismi focali, utilizzando dati provenienti da datacenter FDSN compatibili come INGV, EMSC, GFZ e USGS.\nPerché è interessante L\u0026rsquo;aspetto innovativo, a mio avviso, non consiste semplicemente nell\u0026rsquo;avere costruito una nuova interfaccia verso un catalogo sismico.\nIl punto è piuttosto collegare due ecosistemi che finora hanno parlato linguaggi differenti.\nDa una parte abbiamo infrastrutture scientifiche mature, costruite nel corso di molti anni intorno a standard condivisi come FDSNWS e QuakeML.\nDall\u0026rsquo;altra stanno emergendo agenti AI e interfacce conversazionali capaci di ragionare, utilizzare strumenti esterni e combinare dinamicamente diverse fonti di informazione.\nMCP può rappresentare uno dei meccanismi attraverso i quali questi due mondi possono incontrarsi.\nIl software non sostituisce gli standard esistenti e non replica i dati. Al contrario, rende direttamente utilizzabili dagli agenti AI i servizi scientifici già esistenti, mantenendo il collegamento con le infrastrutture e le sorgenti autorevoli.\nUn secondo elemento importante è l\u0026rsquo;interoperabilità: la stessa interfaccia può interrogare diversi datacenter FDSN, evitando di costruire integrazioni specifiche per ogni singolo provider.\nInfine, il progetto è stato pensato come componente software riutilizzabile: è containerizzato, disponibile anche tramite un wrapper OpenAPI/REST ed è accompagnato da test unitari, test di integrazione e strumenti per verificare il comportamento degli agenti nelle interazioni multi-turno.\nUna piccola componente di una trasformazione più ampia Questo lavoro si inserisce in una questione che considero particolarmente interessante per le infrastrutture scientifiche:\ncome rendere i dati scientifici FAIR e interoperabili non soltanto per le persone e per le applicazioni tradizionali, ma anche per gli agenti AI?\nSe gli agenti diventeranno sempre più spesso una nuova interfaccia attraverso cui ricercatori e cittadini accedono ai dati, allora sarà importante evitare che questi sistemi lavorino soltanto sulla conoscenza incorporata nei modelli.\nDovranno poter interrogare sorgenti scientifiche autorevoli, aggiornate e verificabili.\nmcp-fdsnws-event è un piccolo passo in questa direzione: permettere a un agente AI di non limitarsi a \u0026ldquo;conoscere qualcosa sui terremoti\u0026rdquo;, ma di interrogare direttamente i servizi della comunità sismologica.\nPaper V. Lauciani, D. Bailo, \u0026ldquo;mcp-fdsnws-event: An MCP gateway for FDSNWS-Event web services\u0026rdquo;, SoftwareX (2026).\nDOI: 10.1016/j.softx.2026.103001\nIl codice è open source ed è disponibile nel repository INGV mcp-fdsnws-event, distribuito con licenza AGPL-3.0-or-later.\nNota di trasparenza: la stesura di questo articolo è stata supportata dall\u0026rsquo;intelligenza artificiale generativa. Il contenuto è stato successivamente revisionato, verificato e approvato dall\u0026rsquo;autore.\n","date":"2026-09-10","image":"/news/a-new-bridge-between-ai-agents-and-seismological-data-mcp-fdsnws-event/images/softwarex-mcp-fdsnws-event_hu_a5acdc287b9244b0.png","month":"2026-09","permalink":"/news/a-new-bridge-between-ai-agents-and-seismological-data-mcp-fdsnws-event/","summary":"È stato appena pubblicato su SoftwareX il nostro nuovo paper:\n“mcp-fdsnws-event: An MCP gateway for FDSNWS-Event web services”, di Valentino Lauciani e Daniele Bailo.\nIl lavoro presenta mcp-fdsnws-event, un software open source che crea un ponte tra i servizi standard della comunità sismologica e il nuovo ecosistema di applicazioni basate su Large Language Models e agenti AI.\nL’idea di partenza è semplice.\nDa anni la comunità sismologica utilizza lo standard FDSN Web Services per interrogare cataloghi di terremoti e recuperare informazioni sugli eventi sismici. Questi servizi sono robusti, interoperabili e largamente adottati, ma il loro utilizzo presuppone normalmente una conoscenza delle API, dei parametri di interrogazione e di formati come QuakeML.\n","tags":["intelligenza-artificiale","mcp","sismologia","fdsn","softwarex","open-source","geoscience"],"title":"A new bridge between AI agents and seismological data: mcp-fdsnws-event"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Che cosa l’intelligenza artificiale generativa può insegnarci sulle macchine, sull’intelligenza e, forse, su noi stessi.\nL’intelligenza artificiale scrive testi, genera immagini, produce software, risolve problemi e sostiene conversazioni sempre più convincenti.\nMa tutto questo significa che le macchine sono davvero intelligenti?\nÈ la domanda da cui parte il mio articolo “Dentro la mente dell’intelligenza artificiale”, pubblicato nel numero di luglio-agosto 2026 di Sapere.\nUna domanda apparentemente semplice, che in realtà ne contiene molte altre.\nChe cosa chiamiamo intelligenza? Una prima difficoltà è che non possediamo una definizione universalmente condivisa di intelligenza, nemmeno quando parliamo dell’essere umano.\nÈ la capacità di risolvere problemi? Di apprendere? Di adattarsi? Di comunicare? Di comprendere il mondo, se stessi e gli altri?\nFin dal celebre lavoro di Alan Turing del 1950, l’informatica ha spesso adottato una scorciatoia pragmatica: invece di domandarsi se una macchina pensi davvero, possiamo chiederci se sia capace di comportarsi come se pensasse.\nCon i moderni Large Language Models questa distinzione è diventata sempre più difficile da percepire.\nQuesti sistemi dialogano, spiegano, argomentano e talvolta sembrano persino ragionare. Ma dietro questo comportamento linguistico troviamo modelli matematici che apprendono regolarità statistiche da enormi quantità di dati.\nPossono quindi manifestare comportamenti intelligenti senza che questo implichi necessariamente una comprensione di ciò che stanno facendo.\nAgire senza comprendere Questo apparente paradosso è uno dei temi centrali dell’articolo.\nL’intelligenza artificiale contemporanea non è nata riproducendo fedelmente il funzionamento della mente umana. Reti neurali, apprendimento statistico e modelli linguistici hanno piuttosto trovato efficaci scorciatoie ingegneristiche per produrre comportamenti che assomigliano ad alcune forme dell’intelligenza umana.\nPer usare l’espressione di Luciano Floridi, questi sistemi possono agere sine intellegere: agire senza comprendere.\nQuesto non rende i risultati meno straordinari. Al contrario, potrebbe essere proprio uno degli aspetti più interessanti dell’attuale sviluppo tecnologico.\nCi obbliga però a essere prudenti quando attribuiamo alle macchine categorie tipicamente umane: comprensione, intenzionalità, coscienza, volontà.\nL’intelligenza umana non è soltanto calcolo Il confronto diventa ancora più interessante quando spostiamo l’attenzione dalle macchine a noi stessi.\nL’intelligenza umana non sembra essere semplicemente il risultato di un potente sistema di elaborazione delle informazioni racchiuso nel cervello. Linguaggio, percezione, memoria, emozioni, relazioni e interazione con il mondo fisico contribuiscono tutti a ciò che chiamiamo intelligenza.\nDalla teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner fino alle prospettive dell’embodied cognition, una lunga tradizione della psicologia, della filosofia e delle neuroscienze suggerisce che il pensiero non possa essere facilmente separato dal corpo e dal mondo in cui quel corpo vive.\nL’intelligenza artificiale è qualcosa di diverso.\nNon possiede una storia biologica, un metabolismo o un’esperienza vissuta. Il suo ambiente è costituito soprattutto da dati, algoritmi e infrastrutture computazionali costruite da noi.\nForse, allora, il punto non è chiedersi quanto rapidamente le macchine stiano diventando simili agli esseri umani.\nPotremmo invece trovarci di fronte alla nascita di forme di intelligenza diverse dalla nostra, con caratteristiche e limiti propri.\nLa domanda, alla fine, riguarda noi Da qui emerge quella che considero la questione più importante.\nForse dovremmo smettere di chiederci soltanto:\n“L’intelligenza artificiale è davvero intelligente?”\ne cominciare a domandarci:\n“Che cosa siamo disposti a delegarle?”\nI sistemi di intelligenza artificiale entrano sempre più spesso nei processi decisionali della scienza, della sanità, della finanza, della pubblica amministrazione e dell’accesso all’informazione.\nGli algoritmi non sono però oggetti neutri: incorporano obiettivi, criteri, dati e scelte compiute dagli esseri umani.\nLa sfida non è quindi soltanto tecnologica.\nÈ anche etica e, in ultima analisi, antropologica.\nComprendere l’intelligenza artificiale significa inevitabilmente interrogarci su cosa intendiamo per intelligenza, responsabilità, comprensione e autonomia umana.\nEd è forse questo uno degli aspetti più interessanti dell’attuale rivoluzione dell’AI: cercando di comprendere macchine sempre più sofisticate, potremmo finire per comprendere un po’ meglio noi stessi.\nL’articolo completo, “Dentro la mente dell’intelligenza artificiale”, è disponibile gratuitamente su SapereScienza.\nLeggi l’articolo completo su SapereScienza →\n","date":"2026-08-27","image":"https://www.saperescienza.it/wp-content/uploads/2026/08/thedigitalartist-technology-4205276.jpg","month":"2026-08","permalink":"/news/le-intelligenze-artificiali-sono-davvero-intelligenti/","summary":"Che cosa l’intelligenza artificiale generativa può insegnarci sulle macchine, sull’intelligenza e, forse, su noi stessi.\nL’intelligenza artificiale scrive testi, genera immagini, produce software, risolve problemi e sostiene conversazioni sempre più convincenti.\nMa tutto questo significa che le macchine sono davvero intelligenti?\nÈ la domanda da cui parte il mio articolo “Dentro la mente dell’intelligenza artificiale”, pubblicato nel numero di luglio-agosto 2026 di Sapere.\nUna domanda apparentemente semplice, che in realtà ne contiene molte altre.\n","tags":["intelligenza-artificiale","ai","etica","filosofia"],"title":"Le intelligenze artificiali sono davvero intelligenti?"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Chi governa la conoscenza governa anche l\u0026rsquo;Intelligenza Artificiale.\nNegli ultimi anni abbiamo assistito a una corsa senza precedenti verso modelli di Intelligenza Artificiale sempre più grandi, potenti e capaci di svolgere compiti che, fino a poco tempo fa, sembravano esclusivamente umani.\nIl dibattito si concentra spesso su quale modello sia più intelligente, quale azienda abbia conquistato il primo posto nelle classifiche o chi presenterà la prossima grande novità.\nForse, però, continuiamo a porci la domanda sbagliata.\nNon dovremmo chiederci soltanto:\nQuanto è intelligente un modello?\nDovremmo chiederci anche:\nChi decide che cosa sa?\nUn sistema di Intelligenza Artificiale, infatti, non vive soltanto del modello che utilizza. Vive anche della conoscenza sulla quale costruisce le proprie risposte. E mentre i miliardi di parametri di un modello possono sfuggire al nostro controllo, la conoscenza può essere selezionata, verificata, organizzata e governata.\nÈ da questa riflessione che nasce il nostro nuovo lavoro, pubblicato su Earth Science Informatics.\nDal modello alla conoscenza I Large Language Models hanno dimostrato capacità sorprendenti. Sanno produrre testi convincenti, sintetizzare documenti, spiegare concetti complessi e dialogare con una naturalezza che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza.\nMa quando entrano nel mondo della ricerca scientifica emerge un problema fondamentale: un modello può essere molto bravo a generare una risposta senza essere altrettanto bravo a distinguere ciò che è scientificamente affidabile da ciò che semplicemente suona bene.\nE nella scienza, purtroppo, una risposta ben scritta ma sbagliata rimane una risposta sbagliata.\nPer affrontare questo limite si è diffusa la Retrieval-Augmented Generation, o RAG, che consente al modello di consultare documenti esterni prima di rispondere.\nLa RAG, però, non è una bacchetta magica.\nCollegare un modello a una cartella piena di documenti non rende automaticamente affidabili le sue risposte. Una biblioteca non diventa autorevole soltanto perché contiene molti libri: bisogna sapere chi li ha scelti, da dove provengono, quanto sono aggiornati e con quali criteri vengono utilizzati.\nDa qui nasce una domanda decisiva:\nChi sceglie la conoscenza che l\u0026rsquo;Intelligenza Artificiale può consultare?\nÈ proprio su questo terreno che, secondo noi, si gioca una parte importante del futuro dell\u0026rsquo;AI scientifica.\nResearcher-Curated Knowledge Governance Nel nostro lavoro introduciamo il concetto di Researcher-Curated Knowledge Governance.\nL\u0026rsquo;idea è semplice, ma le sue conseguenze sono profonde.\nI ricercatori non dovrebbero limitarsi a produrre conoscenza scientifica. Dovrebbero poter selezionare, validare, organizzare, aggiornare e governare anche la conoscenza utilizzata dai sistemi di Intelligenza Artificiale.\nIn questo modo il corpus non è più una raccolta casuale di documenti pescati dal web, ma diventa un patrimonio scientifico curato consapevolmente.\nLa conoscenza smette di essere soltanto il carburante dell\u0026rsquo;algoritmo e diventa una vera infrastruttura.\nUna simile impostazione rende il sistema più trasparente, più riproducibile e più facile da verificare. Permette inoltre alle istituzioni di assumersi la responsabilità delle fonti utilizzate e di mantenere il controllo sul proprio patrimonio scientifico.\nIn altre parole, non basta governare il software.\nBisogna governare anche ciò che il software sa.\nL\u0026rsquo;approccio RockGPT Per mettere alla prova questa idea abbiamo sviluppato RockGPT, una piattaforma pensata per le geoscienze.\nRockGPT combina:\nLarge Language Models open source; Retrieval-Augmented Generation; conoscenza scientifica curata dai ricercatori; infrastrutture self-hosted sotto il controllo dell\u0026rsquo;istituzione. L\u0026rsquo;obiettivo non è costruire il chatbot più brillante della stanza.\nL\u0026rsquo;obiettivo è costruire un assistente scientifico del quale ci si possa fidare.\nLe risposte non devono soltanto sembrare convincenti. Devono essere fondate su fonti scientifiche selezionate e mantenute da esperti del settore, essere tracciabili e poter essere controllate.\nÈ una differenza sottile soltanto in apparenza. In realtà è la differenza tra un sistema che produce testo e un sistema che può diventare parte responsabile del processo scientifico.\nPunteggi medi dei modelli nelle configurazioni baseline e RAG-enhanced (Figura 4).\nPerché è importante per l\u0026rsquo;Europa Negli ultimi mesi si parla sempre più spesso di AI sovereignty, la sovranità dell\u0026rsquo;Intelligenza Artificiale.\nIl dibattito, però, tende a concentrarsi quasi esclusivamente sulla costruzione di nuovi modelli europei capaci di competere con quelli statunitensi o cinesi.\nSviluppare modelli europei è certamente importante, ma la sovranità non può fermarsi al modello.\nUn modello aperto che utilizza infrastrutture, dati e conoscenza controllati da altri non è necessariamente sovrano.\nLa vera sovranità riguarda l\u0026rsquo;intera catena: modelli, dati, fonti scientifiche, infrastrutture, processi decisionali e responsabilità istituzionali.\nDa questo punto di vista, grandi infrastrutture europee di ricerca come EPOS rappresentano un terreno ideale. Riuniscono dati FAIR, servizi scientifici, competenze distribuite e una governance istituzionale già consolidata.\nSono quindi ambienti naturali nei quali costruire servizi di Intelligenza Artificiale affidabili e sovrani, capaci di sostenere la ricerca senza consegnare conoscenza, dati e processi decisionali a piattaforme esterne.\nForse il vantaggio competitivo dell\u0026rsquo;Europa non sarà costruire il modello più grande.\nPotrebbe essere costruire l\u0026rsquo;ecosistema più affidabile.\nNon vincere la gara dei muscoli, insomma, ma quella della fiducia.\nGuardando avanti La Researcher-Curated Knowledge Governance non vuole sostituire i Large Language Models.\nVuole metterli nelle condizioni di diventare strumenti scientifici migliori.\nSe l\u0026rsquo;Intelligenza Artificiale entrerà sempre più profondamente nel lavoro dei ricercatori, la domanda decisiva non sarà soltanto quanto sia intelligente.\nDovremo domandarci anche quanto possiamo fidarci della conoscenza sulla quale ragiona, chi l\u0026rsquo;ha selezionata, chi la aggiorna e chi se ne assume la responsabilità.\nPerché l\u0026rsquo;Intelligenza Artificiale è tanto affidabile quanto la conoscenza che le affidiamo.\nEd è proprio qui, secondo noi, che comincia una AI scientifica davvero degna di fiducia.\nPaper Researcher-Curated Knowledge Governance for Trustworthy Scientific AI in the Geosciences: the RockGPT Approach\nPubblicato su Earth Science Informatics.\nhttps://link.springer.com/article/10.1007/s12145-026-02197-5\nNota di trasparenza: la stesura di questo articolo è stata supportata dall\u0026rsquo;intelligenza artificiale generativa. Il contenuto è stato successivamente revisionato, verificato e approvato dall\u0026rsquo;autore.\n","date":"2026-08-06","image":"https://media.springernature.com/lw685/springer-static/image/art%3A10.1007%2Fs12145-026-02197-5/MediaObjects/12145_2026_2197_Fig4_HTML.png","month":"2026-08","permalink":"/news/europa-intelligenza-artificiale-sovrana/","summary":"Chi governa la conoscenza governa anche l’Intelligenza Artificiale.\nNegli ultimi anni abbiamo assistito a una corsa senza precedenti verso modelli di Intelligenza Artificiale sempre più grandi, potenti e capaci di svolgere compiti che, fino a poco tempo fa, sembravano esclusivamente umani.\nIl dibattito si concentra spesso su quale modello sia più intelligente, quale azienda abbia conquistato il primo posto nelle classifiche o chi presenterà la prossima grande novità.\nForse, però, continuiamo a porci la domanda sbagliata.\n","tags":["intelligenza-artificiale","ai-sovereignty","trustworthy-ai","scientific-ai","knowledge-governance","rockgpt","geoscience","epos"],"title":"L'Europa può costruire un'Intelligenza Artificiale davvero sovrana?"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Ho il piacere di presentarvi un’introduzione al mondo dell’Intelligenza Artificiale (AI), che esplora le applicazioni nella vita quotidiana e nei contesti scientifici e tecnologici.\nNel seminario vengono approfonditi i principi fondamentali che guidano lo sviluppo dell’AI, con un focus su tecnologie avanzate come il Machine Learning e il Deep Learning, e sono analizzate le differenze tra AI generativa e tradizionale. Il contributo fornisce inoltre uno spazio di riflessione sugli aspetti etici e ambientali legati all’uso delle AI, in linea con il quadro normativo europeo e le sfide del futuro.\nUn percorso pensato per porre le basi teoriche e pratiche per un utilizzo consapevole e responsabile di queste tecnologie.\nhttps://youtu.be/H9ZXx_BBLDI?si=24MIcwpJTw5ba0Pl\n","date":"2025-05-08","image":"/news/introduzione-allintelligenza-artificiale-applicazioni-fondamenti-e-sfide-etiche/images/Screenshot-2025-05-08-alle-10.56.00_hu_e48551f40fc453c7.png","month":"2025-05","permalink":"/news/introduzione-allintelligenza-artificiale-applicazioni-fondamenti-e-sfide-etiche/","summary":"Ho il piacere di presentarvi un’introduzione al mondo dell’Intelligenza Artificiale (AI), che esplora le applicazioni nella vita quotidiana e nei contesti scientifici e tecnologici.\nNel seminario vengono approfonditi i principi fondamentali che guidano lo sviluppo dell’AI, con un focus su tecnologie avanzate come il Machine Learning e il Deep Learning, e sono analizzate le differenze tra AI generativa e tradizionale. Il contributo fornisce inoltre uno spazio di riflessione sugli aspetti etici e ambientali legati all’uso delle AI, in linea con il quadro normativo europeo e le sfide del futuro.\n","tags":["big-data","intelligenza-artificiale","job","tecnology-ict"],"title":"Introduzione all’Intelligenza Artificiale Applicazioni, Fondamenti e Sfide Etiche"},{"categories":["job"],"content":" Nel mese di Novembre 2023 è stato pubblicato su Nature Scientific Data, un articolo scientifico che presenta il lavoro di Data Integration e Computer Science che, insieme ad un team di colleghi davvero bravi, ho effettuato negli ultimi 10 anni. L\u0026rsquo;articolo presenta un\u0026rsquo;iniziativa che sta cambiando il modo in cui affrontiamo la ricerca scientifica sulla Terra in Europa: il Portale Dati EPOS. In questo post, vi racconterò in modo accessibile cosa rende questa piattaforma multidisciplinare così speciale.\nEuropean Plate Observing System (EPOS) non è solo un\u0026rsquo;iniziativa internazionale; è una visione che sta ridefinendo il campo della scienza della Terra in Europa. Questa infrastrutture di ricerca pionieristica ha costruito un ambiente collaborativo unico, dove la condivisione e l\u0026rsquo;utilizzo dei dati scientifici sono incoraggiati, sostenuti e curati nel minimo dettaglio. L\u0026rsquo;Open Data , nel suo spirito più puro, permette a tutti - scienziati, politici, esperti e cittadini - di accedere liberamente alle informazioni. Grazie all\u0026rsquo;adesione ai principi FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, Reusable), EPOS sta diventando un punto di riferimento in Europa, simbolo di un accesso aperto e interoperabile ai dati. Questo approccio non solo apre nuove porte alla conoscenza, ma è anche un passo fondamentale verso una ricerca scientifica più inclusiva, collaborativa e innovativa\nIl ruolo del Il Portale Dati è cruciale: è il cuore pulsante di un\u0026rsquo;ambiziosa impresa che sta cambiando il panorama della ricerca scientifica. Questa piattaforma rappresenta una vera rivoluzione nell\u0026rsquo;integrazione, accesso e utilizzo dei dati scientifici della Terra. La sua forza risiede nella natura multidisciplinare, che permette di aggregare dati da oltre 250 fonti diverse, offrendo una vista panoramica della Terra come mai prima d\u0026rsquo;ora. Questa caratteristica straordinaria trasforma il Portale Dati in un luogo dove ricercatori, scienziati e professionisti di varie discipline possono accedere a un vasto patrimonio di informazioni, ma anche collaborare e creare nuove sinergie. In questo modo, il Portale Dati EPOS va oltre la semplice piattaforma di dati, per diventare un incubatore di idee e scoperte, che contribuisce in modo significativo alla nostra comprensione del pianeta Terra.\nAll\u0026rsquo;inizio questa impresa sembrava impossibile. Dati così diversi come mappe, liste di file, forme d\u0026rsquo;onda, ognuna con i suoi formati diversi, con standard di accesso diversi. Il sogno di creare un portale sembrava pura utopia. Ma la continua ricerca di soluzioni innovative ha dato infine i suoi frutti su varie dimensioni: innanzitutto dal punto di vista tecnico, in cui è stata adottata una architettura distribuita innovativa; in secondo luogo dal punto di vista della comunità, composta da circa 1000 persone, che include scienziati, sviluppatori, ingegneri, computer scientist, esperti di dati, manager\u0026hellip; messi assieme attraverso una intensa attività di riunioni, community building e adozione di approcci innovativi come lo shape-up. Infine, la continua attività a livello europeo per garantire la sostenibilità dell\u0026rsquo;infrastruttura tramite partecipazione a progetti e iniziative europee. L\u0026rsquo;architettura del Portale Dati EPOS costituisce la base su cui poggia questa innovativa piattaforma open-source. Oltre a ispirarsi a principi che sono lo stato dell\u0026rsquo;arte quando si tratta di architetture multi-tier, come ad esempio l\u0026rsquo;approccio a microservizi, essa implementa in un singolo sistema innovativo tre prinicipi chiave: a) utilizzo di metadati ricchi e basati su standard, che permettono di descrivere le risorse al sistema centralizzato lasciando, allo stesso tempo, la proprietà e la gestione dei dati completamente sotto la responsabilità dei fornitori di dati; b) accesso ai dati basato su servizi, permettendo di concentrare in un unico hub centrale - il Portale EPOS appunto - risorse distribuite sull\u0026rsquo;intero continente europeo; c) l\u0026rsquo;utilizzo della semantica che consentendo di attribuire significato e contesto ai dati e di informare il sistema centrale riguardo a come i dati devono essere integrati sulla mappa.\nCome piattaforma open-source, il Portale Dati EPOS apre le porte all\u0026rsquo;innovazione e alla collaborazione e rende disponibile alla comunità mondiale di sviluppatori un software sviluppato in a 10 anni di esperienza nel campo dell\u0026rsquo;integrazione dei dati nelle scienze della terra solida, non solo da sviluppatori software ma da tutta comunità scientifica coinvolta in modo attivo, che ha contribuito a definire le caratteristiche e le funzionalità del Portale, garantendo che risponda alle esigenze reali degli utenti.\nPer la comunità scientifica Il Portale Dati EPOS rappresenta una risorsa preziosa che semplifica l\u0026rsquo;accesso e l\u0026rsquo;uso dei dati della scienza della Terra per studi multidisciplinari. Esso infatti consente di visualizzare in maniera combinata dati come mappe di rischio, terremoti nell\u0026rsquo;ultimo mese, faglie attive in una specifica regione, immagini da satellite che evidenziano lo spostamento verticale della superficie terrestre. Questa integrazione di dati multidisciplinari permette di ottenere una visione completa dei rischi sismici nella regione, aiutando a capire i processi che generano fattori di rischio che possono causare disastri naturali, quali terremoti o eruzioni vulcaniche.\nPer i politici e i decision maker, i dati multidisciplinari possono, sul lungo termine, costituiscono un aiuto nel prendere decisioni informate per la sicurezza e la pianificazione territoriale.\nIl Portale Dati EPOS è destinato a crescere ulteriormente. La direzione è quella dello sfruttamento dei Big data con tecniche di Machine learning e AI. Sono infatti previsti sviluppi che includono l\u0026rsquo;espansione delle funzionalità del portale per consentire l\u0026rsquo;analisi, l\u0026rsquo;elaborazione e la visualizzazione avanzate dei dati scientifici. Questo aprirà nuove opportunità per la scoperta scientifica e l\u0026rsquo;innovazione.\nL\u0026rsquo;articolo su Nature Scientific Data rappresenta solo l\u0026rsquo;inizio di una rivoluzione nella scienza della Terra portata avanti dal Portale Dati EPOS. Questa piattaforma trasforma il modo in cui accediamo e utilizziamo i dati, aprendo nuove porte per la ricerca e la collaborazione. Immaginate un futuro in cui scienziati, politici e cittadini attingono a questa vasta risorsa per affrontare le sfide del nostro pianeta, per conoscere accedere a mappe geologiche o di pericolosità sismica, per cercare di capire se la casa che stanno comprando sarà sicura sul lungo termine. Con l\u0026rsquo;espansione verso tecniche di Machine Learning e AI applicate ai Big Data integrati nel portale, EPOS si prepara a guidare gli scienziati verso scoperte potenzialmente rivoluzionarie. Questo viaggio appassionante è quello di tutti, scienziati, esperti e semplici cittadini, verso una comprensione più profonda del nostro mondo e del nostro pianeta.\nQuali sono le vostre impressioni sul ruolo del Portale Dati EPOS nella scienza della Terra? Ci sono aspetti che vi incuriosiscono o che desiderate approfondire? Vi invito a lasciare i vostri commenti e domande qui sotto, per arricchire il dialogo su questo argomento.\n","date":"2023-11-23","image":"/news/linnovazione-nel-mondo-della-scienza-della-terra-il-portale-dati-epos/images/Schermata-2023-11-22-alle-14.42.55-e1700660675319_hu_d70e8bdfbe1c73a7.png","month":"2023-11","permalink":"/news/linnovazione-nel-mondo-della-scienza-della-terra-il-portale-dati-epos/","summary":" Nel mese di Novembre 2023 è stato pubblicato su Nature Scientific Data, un articolo scientifico che presenta il lavoro di Data Integration e Computer Science che, insieme ad un team di colleghi davvero bravi, ho effettuato negli ultimi 10 anni. L’articolo presenta un’iniziativa che sta cambiando il modo in cui affrontiamo la ricerca scientifica sulla Terra in Europa: il Portale Dati EPOS. In questo post, vi racconterò in modo accessibile cosa rende questa piattaforma multidisciplinare così speciale.\n","tags":["artificial-intelligence","big-data","computer-science","data-integration","earth-science-research","epos","fair-principles","infrastructure","machine-learning","open-data","science-communication"],"title":"L'Innovazione nel Mondo della Scienza della Terra: Il Portale Dati EPOS"},{"categories":["job"],"content":" I\u0026rsquo;m thrilled to share my latest paper titled \u0026ldquo;Integrated access to multidisciplinary data through semantically interoperable services in a metadata-driven platform for Solid Earth Science.\u0026rdquo; This paper delves deep into the innovative approach of combining metadata, semantics, and web services to achieve seamless data interoperability.\nA key discovery highlighted in the paper is the pivotal role of semantics at the data discovery level. The queries received by the main data integration system are mapped to specific queries using the semantic information associated with the data source. This ensures that data from various sources can be visualized in a unified format, enhancing the user experience. Link to the paper for detailed insights\nFurthermore, web services are dynamically adapted based on the data source to be integrated. The integration system interoperates with data sources implementing different web services, with details about these services stored, including their semantic information.\nLooking forward to your thoughts and feedback on this groundbreaking approach. Let\u0026rsquo;s discuss and collaborate!\n","date":"2023-09-12","image":"/news/unlocking-true-interoperability-in-solid-earth-science-a-deep-dive-into-metadata-semantics-and-web-services/images/nasa-Q1p7bh3SHj8-unsplash-1-scaled_hu_830591b03e23ba0b.jpg","month":"2023-09","permalink":"/news/unlocking-true-interoperability-in-solid-earth-science-a-deep-dive-into-metadata-semantics-and-web-services/","summary":" I’m thrilled to share my latest paper titled “Integrated access to multidisciplinary data through semantically interoperable services in a metadata-driven platform for Solid Earth Science.” This paper delves deep into the innovative approach of combining metadata, semantics, and web services to achieve seamless data interoperability.\nA key discovery highlighted in the paper is the pivotal role of semantics at the data discovery level. The queries received by the main data integration system are mapped to specific queries using the semantic information associated with the data source. This ensures that data from various sources can be visualized in a unified format, enhancing the user experience. Link to the paper for detailed insights\n","tags":[],"title":"Unlocking True Interoperability in Solid Earth Science: A Deep Dive into Metadata, Semantics, and Web Services"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"The presentation, dating back to early 2020, shows an innovative Agile approach to enabling software development collaborations in international, distributed teams. Optimal for collaboration in EU projects and other international teams. Please download the presentation as it contains animations.\n","date":"2022-10-11","image":"/news/the-agile-shape-up-method-for-collaborative-developments-in-international-contextsa-lean-approach-for-epos/images/Schermata-2022-10-11-alle-12.29.04_hu_f492a42eab6ff946.png","month":"2022-10","permalink":"/news/the-agile-shape-up-method-for-collaborative-developments-in-international-contextsa-lean-approach-for-epos/","summary":"The presentation, dating back to early 2020, shows an innovative Agile approach to enabling software development collaborations in international, distributed teams. Optimal for collaboration in EU projects and other international teams. 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Lo European Open Science Cloud (EOSC) sarà l’ambiente virtuale dove dati multidisciplinari, infrastrutture per l’accesso e per il calcolo verranno rese disponibili a ricercatori e privati\nL\u0026rsquo;Europa promuove da sempre la condivisione dei dati della ricerca scientifica che – ricordiamolo – sono un investimento su cui gli Stati nazionali e la Comunità europea stanno puntando cifre elevate, nell’ordine di miliardi di euro.\nMa come sfruttare pienamente le informazioni e la ricchezza nascosta nei dati per permettere a privati e ricercatori di creare innovazione?\nPer rispondere a questa domanda l’Europa sta investendo nella costruzione di un Cloud europeo, lo European Open Science Cloud (EOSC), che costituirà l’ambiente virtuale dove dati multidisciplinari, infrastrutture per l’accesso e per il calcolo verranno rese disponibili a ricercatori e privati.\nLe sfide che questa impresa comporta sono molte e vanno ben oltre la dimensione tecnica. 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It has to do with structures that do not exist in reality. It has to do with planning, with considering sustainability of the envisaged activities. We work with bits, code, data structures, metadata, with management of huge IT objects and initiatives.\nEven most importantly, as EPOS is something completely new, it has much to do with setting up architectures and methodologies which do not exist yet. Most of the effort is dedicated to making things real on the basis of what discussed and decided in a collaborative way, rather than carrying out activities that are well established and tested since years.\nSo, not sure whether I can now answer straight to the burning question \u0026ldquo;Daniele, what\u0026rsquo;s your job\u0026rdquo;.\nHowever, everybody can now have a comprehensive overview of what EPOS is and what this wonderful enterprise, which has become a legal entity (an ERIC), is about with the \u0026ldquo;Special Issue: EPOS a Research Infrastructure in solid Earth: open science and innovation\u0026rdquo; from the Annals of Geophysics journal.\nIn particular, I would like to highlight four publications that are vital for understanding what EPOS is (and what is my job, hopefully :) )\n1. THE EPOS RESEARCH INFRASTRUCTURE: A FEDERATED APPROACH TO INTEGRATE SOLID EARTH SCIENCE DATA AND SERVICES This paper is an introduction to EPOS and provides an overall view of the initiative.\nAbstract. The European Plate Observing System (EPOS) is a Research Infrastructure (RI) committed to enabling excellent science through the integration, accessibility, use and re-use of solid Earth science data, research products and services, as well as by promoting physical access to research facilities. This article presents and describes the EPOS RI and introduces the contents of its Delivery Framework. In November 2018, EPOS ERIC (European Research Infrastructure Consortium) has been granted by the European Commission and was established to design and implement a long-term plan for the integration of research infrastructures for solid Earth science in Europe. Specifically, the EPOS mission is to create and operate a highly distributed and sustainable research infrastructure to provide coordinated access to harmonized, interoperable and quality-controlled data from diverse solid Earth science disciplines, together with tools for their use in analysis and modelling. EPOS relies on leading-edge e-science solutions and is committed to open access, thus enabling a step towards the change in multidisciplinary and cross-disciplinary scientific research in Earth science. The EPOS architecture and its Delivery Framework are discussed in this article to present the contributions to open science and FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, and Reusable) data management, as well as to emphasize the community building process that supported the design, implementation and construction of the EPOS RI.\nCocco M, Freda C, Atakan K, Bailo D, Saleh-Contell K, Lange O, Michalek J. The EPOS Research Infrastructure: a federated approach to integrate solid Earth science data and services. Ann. Geophys. [Internet]. 2022Apr.29 [cited 2022May9];65(2):DM208.\n2. DATA INTEGRATION AND FAIR DATA MANAGEMENT IN SOLID EARTH SCIENCE This paper describes the technical implementation of EPOS also with reference to the FAIR principles.\nAbstract. Integrated use of multidisciplinary data is nowadays a recognized trend in scientific research, in particular in the domain of solid Earth science where the understanding of a physical process is improved and made complete by different types of measurements – for instance, ground acceleration, SAR imaging, crustal deformation – describing a physical phenomenon. FAIR principles are recognized as a means to foster data integration by providing a common set of criteria for building data stewardship systems for Open Science. However, the implementation of FAIR principles raises issues along dimensions like governance and legal beyond, of course, the technical one. In the latter, in particular, the development of FAIR data provision systems is often delegated to Research Infrastructures or data providers, with support in terms of metrics and best practices offered by cluster projects or dedicated initiatives. In the current work, we describe the approach to FAIR data management in the European Plate Observing System (EPOS), a distributed research infrastructure in the solid Earth science domain that includes more than 250 individual research infrastructures across 25 countries in Europe. We focus in particular on the technical aspects, but including also governance, policies and organizational elements, by describing the architecture of the EPOS delivery framework both from the organizational and technical point of view and by outlining the key principles used in the technical design. We describe how a combination of approaches, namely rich metadata and service-based systems design, are required to achieve data integration. We show the system architecture and the basic features of the EPOS data portal, that integrates data from more than 220 services in a FAIR way. The construction of such a portal was driven by the EPOS FAIR data management approach, that by defining a clear roadmap for compliance with the FAIR principles, produced a number of best practices and technical approaches for complying with the FAIR principles.\nSuch a work, that spans over a decade but concentrates the key efforts in the last 5 years with the EPOS Implementation Phase project and the establishment of EPOS-ERIC, was carried out in synergy with other EU initiatives dealing with FAIR data. On the basis of the EPOS experience, future directions are outlined, emphasizing the need to provide i) FAIR reference architectures that can ease data practitioners and engineers from the domain communities to adopt FAIR principles and build FAIR data systems; ii) a FAIR data management framework addressing FAIR through the entire data lifecycle, including reproducibility and provenance; and iii) the extension of the FAIR principles to policies and governance dimensions.\nBailo D, Jeffery KG, Atakan K, Trani L, Paciello R, Vinciarelli V, Michalek J, Spinuso A. Data integration and FAIR data management in Solid Earth Science. Ann. Geophys. [Internet]. 2022Apr.29 [cited 2022May9];65(2):DM210.\n3. LONG-TERM SUSTAINABILITY OF A DISTRIBUTED RI: THE EPOS CASE This paper describes the approach of EPOS to sustainability, and remarks the importance of the community building process.\nAbstract. The European Plate Observing System (EPOS) is a Research Infrastructure (RI) committed to enabling excellent science through the integration, accessibility, use and re-use of solid Earth science data, research products and services, as well as by promoting physical access to research facilities. This article presents and describes the EPOS RI and introduces the contents of its Delivery Framework. In November 2018, EPOS ERIC (European Research Infrastructure Consortium) has been granted by the European Commission and was established to design and implement a long-term plan for the integration of research infrastructures for solid Earth science in Europe. Specifically, the EPOS mission is to create and operate a highly distributed and sustainable research infrastructure to provide coordinated access to harmonized, interoperable and quality-controlled data from diverse solid Earth science disciplines, together with tools for their use in analysis and modelling. EPOS relies on leading-edge e-science solutions and is committed to open access, thus enabling a step towards the change in multidisciplinary and cross-disciplinary scientific research in Earth science. The EPOS architecture and its Delivery Framework are discussed in this article to present the contributions to open science and FAIR (Findable, Accessible, Interoperable, and Reusable) data management, as well as to emphasize the community building process that supported the design, implementation and construction of the EPOS RI.\nSaleh Contell K, Karlzén K, Cocco M, Pedersen HA, Atakan K, Bailo D, Lange O, Mercurio D, Maracchia G, Piras D, Sangianantoni A, Fredella M, Freda C. Long-term sustainability of a distributed RI: the EPOS case. Ann. Geophys. .\n4. COORDINATED AND INTEROPERABLE SEISMOLOGICAL DATA AND PRODUCT SERVICES IN EUROPE: THE EPOS THEMATIC CORE SERVICE FOR SEISMOLOGY This paper describes how the EPOS Seismological community is organized for a unified and comprehensive provision of seismological data, products ad services at European Scale.\nAbstract. In this article we describe EPOS Seismology, the Thematic Core Service consortium for the seismology domain within the European Plate Observing System infrastructure. EPOS Seismology was developed alongside the build-up of EPOS during the last decade, in close collaboration between the existing pan-European seismological initiatives ORFEUS (Observatories and Research Facilities for European Seismology), EMSC (Euro-Mediterranean Seismological Center) and EFEHR (European Facilities for Earthquake Hazard and Risk) and their respective communities. It provides on one hand a governance framework that allows a well-coordinated interaction of the seismological community services with EPOS and its bodies, and on the other hand it strengthens the coordination among the already existing seismological initiatives with regard to data, products and service provisioning and further development. Within the EPOS Delivery Framework, ORFEUS, EMSC and EFEHR provide a wide range of services that allow open access to a vast amount of seismological data and products, following and implementing the FAIR principles and supporting open science. Services include access to raw seismic waveforms of thousands of stations together with relevant station and data quality information, parametric earthquake information of recent and historical earthquakes together with advanced event-specific products like moment tensors or source models and further ancillary services, and comprehensive seismic hazard and risk information, covering latest European scale models and their underlying data. The services continue to be available on the well-established domain-specific platforms and websites, and are also consecutively integrated with the interoperable central EPOS data infrastructure. EPOS Seismology and its participating organizations provide a consistent framework for the future development of these services and their operation as EPOS services, closely coordinated also with other international seismological initiatives, and is well set to represent the European seismological research infrastructures and their stakeholders within EPOS.\nHaslinger F, Basili R, Bossu R, Cauzzi C, Cotton F, Crowley H, Custodio S, Danciu L, Locati M, Michelini A, Molinari I, Ottemöller L, Parolai S. Coordinated and Interoperable Seismological Data and Product Services in Europe: the EPOS Thematic Core Service for Seismology. Ann. Geophys.\n","date":"2022-05-10","image":"/news/what-is-epos-4-publications-to-get-a-grasp-on-what-epos-eric-is-and-does/images/Schermata-2022-05-09-alle-12.13.03-e1652091342824_hu_9ee0513b918b55b7.png","month":"2022-05","permalink":"/news/what-is-epos-4-publications-to-get-a-grasp-on-what-epos-eric-is-and-does/","summary":"I have been often asked by people outside of my domain what is my job.\nAs many jobs in the IT domain, it is a little bit difficult to explain what we do: it is quite technical and abstract. It has to do with structures that do not exist in reality. It has to do with planning, with considering sustainability of the envisaged activities. We work with bits, code, data structures, metadata, with management of huge IT objects and initiatives.\n","tags":["annals-of-geophysics","epos","fair-data","geology","publications","research-infrastructure","solid-earh"],"title":"What is EPOS? 4 Publications to get a grasp on what EPOS ERIC is and does"},{"categories":["job","riflessioni"],"content":"3 Posizioni Aperte Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia EPOS – European Plate Observing system Stiamo cercando tre figure professionali di tecnico informatico per collaborare alla realizzazione di un’infrastruttura di ricerca europea innovativa con l’obiettivo di integrare dati delle scienze della Terra solida (https://www.epos-eu.org/). L’integrazione avviene tramite una piattaforma, l\u0026rsquo;EPOS Data Portal, che permette di ricercare, scaricare e analizzare dati delle comunità scientifiche da un’unica piattaforma e interfaccia web basata su mappa, con dati geolocalizzati.\nLa durata del contratto è pari a un anno, rinnovabile qualora la collaborazione sia proficua. L’inquadramento avverrà nel profilo professionale di Collaboratore Tecnico Enti di Ricerca (livello VI).\nSede di lavoro: Roma.\nTrattamento Economico La retribuzione lorda annuale per gli CTER di livello VI è regolata dal contratto nazionale vigente e indicativamente ammonta a circa 31000 Euro annui lordi. Il netto dipende ovviamente dalla situazione finanziaria del candidato, ma indicativamente si tratta di 1500 euro al mese netti.\nRequisiti Il concorso è per diplomati, ma i laureati sono benvenuti. Le competenze richieste sono una o più delle seguenti delle seguenti:\nsviluppo software con linguaggio di programmazione Java orientata al WEB; utilizzo di sistemi di versioning (a titolo esemplificativo: GitLab e Continuous Integration); progettazione, creazione e gestione di database relazionali; conoscenza dei principali database non relazionali; utilizzo dei sistemi Unix-Like; utilizzo dei principali strumenti di sviluppo software (a titolo esemplificativo: Eclipse, Visual Studio) Questo lavoro fa per te? Questo lavoro fa per te se hai voglia di lavorare in un ambiente dinamico, se hai voglia di imparare e di spaziare fra tecnologie e metodi diversi al fine di raggiungere gli obiettivi del team. E se non hai paura di confrontarti con il team per portarlo al raggiungimento degli obiettivi. Fa per te se sei uno sviluppatore software con conoscenze di Java, con conoscenze di database relazionali e/o sistemista Junior che è interessato al Cloud computing, alla creazione di sistemi geolocalizzati e generalmente appassionato alla esplorazione del mondo delle nuove tecnologie e voglioso di applicarle in modo creativo alla risoluzione dei problemi.\nCandidatura Per candidarsi alla posizione è necessario seguire le istruzioni all’art 4 del bando a questo link:\nhttps://amministrazione-trasparente.ingv.it/web/trasparenza/papca-p?p_p_id=jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet\u0026amp;p_p_lifecycle=2\u0026amp;p_p_state=pop_up\u0026amp;p_p_mode=view\u0026amp;p_p_resource_id=downloadAllegato\u0026amp;p_p_cacheability=cacheLevelPage\u0026amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_downloadSigned=false\u0026amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_id=4037826\u0026amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_action=mostraDettaglio\u0026amp;_jcitygovalbopubblicazioni_WAR_jcitygovalbiportlet_fromAction=recuperaDettaglio\n","date":"2022-03-30","image":"/news/ingv-epos-assume-tecnico-informatico-2/images/eric-logo_hu_3570ebafa5516d9b.png","month":"2022-03","permalink":"/news/ingv-epos-assume-tecnico-informatico-2/","summary":"3 Posizioni Aperte Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia EPOS – European Plate Observing system Stiamo cercando tre figure professionali di tecnico informatico per collaborare alla realizzazione di un’infrastruttura di ricerca europea innovativa con l’obiettivo di integrare dati delle scienze della Terra solida (https://www.epos-eu.org/). L’integrazione avviene tramite una piattaforma, l’EPOS Data Portal, che permette di ricercare, scaricare e analizzare dati delle comunità scientifiche da un’unica piattaforma e interfaccia web basata su mappa, con dati geolocalizzati.\n","tags":["assume","ingv","offerte-di-lavoro"],"title":"INGV assume 3 tecnici informatici per piattaforma EPOS"},{"categories":["job"],"content":"Facing reality There is a truth that we are all reluctant to admit: many EU funded initiatives in the research domain aim at producing software-related deliverables, but when coming to the real day-to-day work, releasing even small piece of working software is very challenging. Project partners have different approaches, different technical practices, different off-the-shelf software products that need to be harmonized or sometimes divergent ideas and different cultural backgrounds. That’s the beauty and the challenge of EU initiatives. COVID-19 made things even worse by hindering the possibility of having face to face meetings, where - everybody knows but just a few people say it – agreements and decisions are taken in \u0026ldquo;social\u0026rdquo; contexts (yes, I mean coffee breaks and working dinners).\nAs a result, ambitious deliverables, when confronted with reality, are often re-framed to demonstrators or proof of concepts requiring additional work to become usable and appealing for the entire technical-scientific community they were designed for. There can be many reasons for the above not uncommon scenario, but three seems to have considerable weight: different approaches to human resources management, different technical practices, different development methods. It is therefore a matter of finding a convergence between the software development life cycle process (Sommerville, I., 2011) and the way persons are managed.\nWhy do deadlines slip over Although in the latest decade Agile development methodologies (Cockburn, A., 2006) have gained popularity – and this partially makes collaborative developments easier because of a common background – still the problem of not being able to deliver in EU initiatives exists because when planning the developments, most methodologies are still based on workflows including the definition of tasks as the first step, and fixing deadlines at the end. The concept of cycles may exist (like in the Agile method), but the sequence remains the same depicted in Fig. 1 \u0026ldquo;traditional\u0026rdquo; process.\n[caption id=\u0026ldquo;attachment_4572\u0026rdquo; align=\u0026ldquo;aligncenter\u0026rdquo; width=\u0026ldquo;672\u0026rdquo;] Figure 1: T_raditional_ vs. Shape-up Software development life cycles[/caption]\nTo ease the planning, Gannt charts, staff allocation charts and other models can be used. Many online and offline software exists for this, responding to the need of having a clear definition of tasks (along with the full work or through an iteration) and of estimating the amount of work required to accomplish an activity. Although useful, they increase the work overhead in an already complex landscape like EU projects, where resources are already difficult to micro-manage and to organize internationally.\nWhat often happens, is that definition of tasks and resources allocation is done in a very detailed way, but when it comes to deadlines difficulties are encountered because each institution in the project has its own priorities and internal organization. It is unrealistic to claim that an international group of developers, each of which is under the control of a different organization, can work in a harmonized way. It simply does not work. And deadlines are often not respected, with an increasing feeling of developments going on and on, with no end in sight.\nIs there light at the end of the tunnel? Yes. So, is there any hope of converging towards a more efficient way of planning and managing developments? The answer is yes, according to the guys of basecamp (https://basecamp.com/). After years of experience in the field in a cross-countries context, they elaborated a methodology called shape-up. It works well for private companies and can be readapted easily for research contexts.\nShape-up is described in detail in this book (https://basecamp.com/shapeup) which is free for download. It is based upon the following key concepts:\n#1 (Cyclic) Deadlines first. Let’s be realistic. Deadlines are the problem. Everybody gets excited when planning the work (I myself have plenty of detailed spreadsheets with resources allocation, lost somewhere in my laptop folders), but actually doing it and respecting deadlines in a context where salaries are not strictly linked to the release of operational software, is another story. Activities are not interrupted of course, but these have troubles in producing expected deliverables in a given amount of time.\nHere is where the shape-up method sounds revolutionary: it firstly sets the deadlines. Developers know that after a certain period they will be asked to show what they produced. This ensures that a deliverable will be there. Not respecting deadlines is a taboo. The guys of basecamp even consider dropping an activity if it produces no result in a workcycle. Fig1 \u0026ldquo;shape up\u0026rdquo; process shows the differences with the traditional way of managing the development workflow.\n#2 Shaping the work instead of task micro-management Defining all tasks in advance has the advantage of clarity. However, it is a huge overhead in terms of preliminary planning and monitoring of activities while the work is ongoing. In addition, many developers cannot express their creativity because they feel like they must execute pre-defined receipts. The shape-up method does not require defining all tasks beforehand but to shape up the work, that is to say, draw the boundaries of the work to be done, depict the main elements of the GUI and basic architecture, and define the no-gos or potential rabbit holes. Then it is up to the ability and creativity of small teams of developers to manage it in the given time (deadlines are fixed in advance!). Shaping-up is done by means of pitches: they are structured presentations of the proposed work that include the problem that piece of work aims at solving; the appetite raised by that specific development (e.g. how many cycles of developments does it deserve?); a preliminary rough design with potential solutions and embedded sketches; the definition of risks and rabbit holes that may drain time and resources; finally the no Gos, that is to say, what will not be developed in the work cycle.\n#3 Three steps workflow to production: Shaping, Betting, Building Of course, a method to manage all the processes is required. And it is surprisingly straightforward. The work is organized in work cycles, each of which lasts from 6 to 8 weeks. But this can of course be adapted to the international research context [1]. The first step is shaping the work: senior IT together with a pool of selected developers, those who are more informed about the overall architecture, produce pitches that are coherent with the existing framework.\nThen, and this is the fun part, everything is brought to a betting table, a board of IT managers that based on the available resources decide what pitches deserve to be implemented. The assumption is to be realistic about available resources, and this is a very crucial step.\nFinally, the Building phase, representing the well-known software development phase, is done with some specific tricks that developers should use. For instance, if the software architecture includes a front-end and a back-end, the development of new features should focus on one feature at a time and work in parallel on the front and back end, against doing all front-end work and then moving to the back-end. This ensures coherent developments and that the work gets done, at least for core features.\n[caption id=\u0026ldquo;attachment_4574\u0026rdquo; align=\u0026ldquo;aligncenter\u0026rdquo; width=\u0026ldquo;552\u0026rdquo;] Figure 2: main sections of a pitch document[/caption]\nShape up in reality The shape-up method has been tested and adapted in a real-life case, the European Plate Observing System pan-European initiative (https://www.epos-eu.org/), for managing the developments of the EPOS Data portal (https://www.epos-eu.org/dataportal) that include a core group of more than 20 developers, and a wider group of almost 100 developers across Europe. Some aspects had to be reviewed, for instance, the length of the work-cycles and the betting board – this required to set up a clear governance structure – but the method itself was not modified. The strongest tool is the pitching template in figure 2, which is agreed by all developers, enabled them to manage the developments. The key aspects of this use case will be the object of another post.\nWhere the shape up does not work Does shape up always for any context, any software development activity? Of course not.\nSome cases intrinsically need a long time and a different type of stakeholders. Designing a system is an example: it requires thinking about different approaches, studying existing models, communicating with the CEO and the management layer, leveraging on existing experience and potentially communicating with external experts. In this case, the design curve can be steeper and longer in time, especially when it does not make sense to provide only part of the architecture within a given timeline. Specific methodologies should be applied, but the main concepts of the shape up can still be reused.\nAnother case is when for any reason the availability of human resources cannot be defined at all beforehand. At the end of the day, planning requires relying upon developers availability. In some sad cases, the management of IT people in EU funded projects was not tackled appropriately, just relying on voluntary work by some technical persons.\nSo, while being very effective for many cases and contexts, shape-up cannot yet guarantee miracles to happen. As the old proverb says “We did the possible, we are now working on the impossible. For miracles, we are gearing up!”\nGet in touch We’d love to hear what you think of the proposed method and be happy to provide hints or support.\nAlso, we would also love to hear about your successes and challenges as you try to apply it to your teams and projects and compare experience and best practices.\nContact: Daniele Bailo daniele.bailo@ingv.it\nReferences Cockburn, A. (2006). Agile software development: the cooperative game. Pearson Education.\nSommerville, I. (2011). Software engineering 9th Edition. ISBN-10, 137035152, 18.\n[1] To be honest, the basecamp guys believe that 6-8 weeks is the optimal time range for private companies. In the experiments we did in EPOS, a three-month time range was found to be more reasonable.\n","date":"2021-12-21","image":"/news/managing-collaborative-software-developments-in-international-initiatives-how-to-optimize-resources-and-time/images/1_VrdVD3XNZFmjSLDRV5EwUQ_hu_bc09d037d8a476dc.png","month":"2021-12","permalink":"/news/managing-collaborative-software-developments-in-international-initiatives-how-to-optimize-resources-and-time/","summary":"Facing reality There is a truth that we are all reluctant to admit: many EU funded initiatives in the research domain aim at producing software-related deliverables, but when coming to the real day-to-day work, releasing even small piece of working software is very challenging. Project partners have different approaches, different technical practices, different off-the-shelf software products that need to be harmonized or sometimes divergent ideas and different cultural backgrounds. That’s the beauty and the challenge of EU initiatives. COVID-19 made things even worse by hindering the possibility of having face to face meetings, where - everybody knows but just a few people say it – agreements and decisions are taken in “social” contexts (yes, I mean coffee breaks and working dinners).\n","tags":["agile","epos","eu-projects","europe","international-initiatives","shape-up","software-development","teamwork"],"title":"Managing collaborative software developments in International Initiatives: how to optimize resources and time."},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Arrivano dei momenti in cui, magari in maniera quasi inaspettata, ci si ritrova a tirare le somme di tutto il lavoro fatto negli anni precedenti.\nQuel tipo di lavoro certosino, fatto di piccole limature quotidiane, di microscopici avanzamenti di cui forse nemmeno ci si rende conto. Anzi, a volte sembra di rimanere fermi. Poi arrivano queste occasioni in cui\u0026hellip;. BUMM\u0026hellip;. tutto viene illuminato da una nuova luce e il puzzle si ricompone.\nE quello che esce fuori è un bel mosaico, con migliaia di tessere minuscole ma piazzate con pazienza e costanza.\nQuesto è quanto è successo oggi durante la presentazione del lavoro degli ultimi anni presentato al meeting ICT INGV 2021. Presentazione di un lavoro fatto con colleghi fantastici. Alcuni presenti sin dall\u0026rsquo;inizio, altri arrivati e partiti, altri appena imbarcati\u0026hellip; Un lavoro di squadra non indifferente, di cui possiamo andare fieri.\nMa quindi cosa è stato fatto? Qui sotto riporto abstract e presentazione, come presentate alla conferenza.\nLa presentazione è dispobile qui: https://doi.org/10.5281/zenodo.5552787\nAbstract\nL\u0026rsquo;integrazione di risorse distribuite su diversi data center e infrastrutture di ricerca Europee è diventata, nell\u0026rsquo;ultimo decennio, un passaggio necessario per svolgere in modo efficiente la ricerca multidisciplinare nell\u0026rsquo;ambito delle Scienze della Terra.\nL’integrazione di risorse eterogenee richiede da un lato un “accesso trasparente alla conoscenza e ai dati condivisi” – che è una delle definizioni di “Open Science” [1] – dagli \u0026ldquo;open data provider\u0026rdquo;, dall\u0026rsquo;altro richiede ai data provider di gestire i dati con infrastrutture tecnologiche sviluppate in accordo con i principi FAIR [2].\nIn questo quadro EPOS (www.epos-eu.org), European Plate Observing System, si propone come un\u0026rsquo;infrastruttura di ricerca paneuropea nella roadmap ESFRI (European Strategic Forum on Research Infrastructures) a cui è stato recentemente concesso lo status ERIC (European Research Infrastructure Consortia).\nEPOS ha l\u0026rsquo;obiettivo di integrare secondo i principi FAIR le diverse infrastrutture di ricerca europee per la scienza della Terra solida.\nL\u0026rsquo;architettura per realizzare questa integrazione è costituita da due livelli principali: da una parte un nodo di integrazione accessibile tramite l\u0026rsquo;EPOS Data Portal, dall’altra i TCS (Thematic Core Services) che forniscono i dati di specifici domini scientifici (Sismologia, Vulcanologia, Dati Satellitari, Geodesia, Rischio Antropogenico, Geoelettromagnetismo, Geologia, Osservatori Near Faults).\nIl nodo di integrazione accessibile dall\u0026rsquo;EPOS Data portal, è stato progettato secondo i principi FAIR. Esso è facilmente manutenibile e scalabile, grazie all’adozione di un approccio a microservizi modulari, atomici e interoperabili. In particolare una delle chiavi per promuovere l\u0026rsquo;interoperabilità è l\u0026rsquo;utilizzo di \u0026ldquo;rich metadata\u0026rdquo;, che viene implementato con l\u0026rsquo;utilizzo di due standard: EPOS-DCAT-AP [3], per il trasferimento dei metadati, e CERIF[4] per lo storage dei metadati. L\u0026rsquo;approccio ai microservizi è stato effettuato utilizzando tecnologie come RabbitMQ [4] per abilitare la comunicazione tra i singoli microservizi, e Docker per la virtualizzazione nell\u0026rsquo;ambito di un metodo di distribuzione DevOps, effettivamente implementato con GitLab CI/CD11 [5].\nIn questo contributo presentiamo accenni ai i principali aspetti tecnici dell\u0026rsquo;architettura EPOS, l\u0026rsquo;approccio generale alla gestione dei dati, come sono stati implementati i principi FAIR e un caso d\u0026rsquo;uso multidisciplinare che dimostra l\u0026rsquo;integrazione di dati e prodotti tramite l’EPOS Data portal.\n[1] R. Vicente-Saez, C. Martinez-Fuentes, Open Science now: A systematic literature review for an integrated definition, J. Bus. Res. 88 (2018) 428–436. doi:10.1016/j.jbusres.2017.12.043\n[2] https://www.force11.org/group/fairgroup/fairprinciples\n[3] Luca Trani, Malcolm Atkinson, Daniele Bailo, Rossana Paciello, Rosa Filgueira Establishing Core Concepts for Information-Powered Collaborations,.. Future Generation Computer Systems, Volume 89, 2018, Pages 421-437, ISSN 0167-739X, https://doi.org/10.1016/j.future.2018.07.005\n[4] CERIF – the Common European Research Information Format – is a conceptual model describing the Research domain https://www.eurocris.org/eurocris_archive/cerifsupport.org/cerif-in-brief/index.html\n[5] https://www.rabbitmq.com/\n[6] Bailo D. et al., (2018). Integration of heterogeneous data, software and services in Solid Earth Sciences: the EPOS system design and roadmap for the building of Integrated Core Services. Rapp. Tec. INGV, 393: 1- 22, ISSN 2039-7941.\n","date":"2021-10-07","image":"/news/epos-data-portal-una-piattaforma-fair-per-laccesso-a-dati-e-servizi-multidisciplinari-delle-scienze-della-terra-solida/images/Schermata-2021-10-06-alle-16.27.59_hu_c438e33e991cb37e.png","month":"2021-10","permalink":"/news/epos-data-portal-una-piattaforma-fair-per-laccesso-a-dati-e-servizi-multidisciplinari-delle-scienze-della-terra-solida/","summary":"Arrivano dei momenti in cui, magari in maniera quasi inaspettata, ci si ritrova a tirare le somme di tutto il lavoro fatto negli anni precedenti.\nQuel tipo di lavoro certosino, fatto di piccole limature quotidiane, di microscopici avanzamenti di cui forse nemmeno ci si rende conto. Anzi, a volte sembra di rimanere fermi. Poi arrivano queste occasioni in cui…. BUMM…. tutto viene illuminato da una nuova luce e il puzzle si ricompone.\n","tags":["database","epos","ict","ingv","research-infrastructure","scienza"],"title":"EPOS Data Portal: una piattaforma FAIR per l'accesso a dati e servizi multidisciplinari delle Scienze della Terra solida"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Interview with Daniele Bailo, Zhiming Zhao, and Ari Asmi who explain to you the key components forming the ENVRI-hub – the ENVRI Catalogue of Services, ENVRI Knowledge Base and ENVRI Use Cases.\nDaniele, can you explain a little bit more in detail what\nare these three components crucial to ENVRI-hub?\nDaniele: These are three distinct but complementary\nelements used as containers to convey the provision of\nheterogeneous datasets, services, and software in\nENVRI.\nRead full interview\nhttps://envri.eu/the-three-components-to-envri-hub-success/\n","date":"2021-06-01","image":"/news/the-three-components-to-envri-hub-success/images/image_editor_output_image1291013102-1622515575490_hu_7001e4fc907e361a.jpg","month":"2021-06","permalink":"/news/the-three-components-to-envri-hub-success/","summary":"Interview with Daniele Bailo, Zhiming Zhao, and Ari Asmi who explain to you the key components forming the ENVRI-hub – the ENVRI Catalogue of Services, ENVRI Knowledge Base and ENVRI Use Cases.\nDaniele, can you explain a little bit more in detail what\nare these three components crucial to ENVRI-hub?\nDaniele: These are three distinct but complementary\nelements used as containers to convey the provision of\nheterogeneous datasets, services, and software in\nENVRI.\n","tags":["big-data","catalogue","cerif","daniele-bailo","database","dati","dcat-ap","envri","envri-fair","epos","eu-projects","europe","fair-principles","ict-web","ingv","interoperability","metadata","research-infrastructure","services","tecnology-ict"],"title":"The three components to ENVRI-hub success"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Da qualche anno a questa parte - diciamo circa tre anni - nel mio ambito si sente spesso parlare dei principi F.A.I.R: amati dai funzionari Europei, guardati con sospetto dagli ingegneri informatici, approvati in parte dagli scienziati, questi principi hanno un consistente impatto negli ambiti della ricerca che in qualche modo hanno a che fare con i dati e la loro condivisione.\nDomanda: quale ambito della ricerca non ha a che fare con i dati e loro distribuzione? Risposta: quasi nessuno. Inferenza logica: i principi FAIR (“evviva!\u0026quot; oppure “ahimé\u0026quot;) riguardano un po’ tutti i ricercatori.\nCerchiamo allora di capirne qualcosa in più e vediamone alcune caratteristiche. E cerchiamo di farlo in maniera semplice. Per chi fosse interessato a documenti più dettagliati rimandiamo a WikiPedia, ai documenti di FORCE11 oppure ai Report Europei.\nBenvenuti al mondo, principi FAIR! Quando ero bambino ebbi le mie prime crisi intellettive di crescita, quelle che ti portano a superare concetti semplici con una comprensione più profonda della realtà, quando mi imbattei con il concetto di \u0026ldquo;data di riferimento”. Le citiamo continuamente e quotidianamente: la fondazione di Roma (21 Aprile 753 a.C.), la nascita di Cristo (25 Dicembre anno 0), l’inizio del primo conflitto mondiale (28 luglio 1914). Eh sì, noi esseri umani abbiamo bisogno, per orientarci, di fissare punti di riferimento semplici che ci permettano di individuare un prima e un dopo. In realtà, certi processi bollono in pentola da tempo, e poi ad un certo punto - indefinito nel tempo - puff: accadono.\nAnche per i principi FAIR vale la stessa logica. C’era nell’aria l\u0026rsquo;odore di FAIR da qualche tempo, specialmente nella comunità FORCE11, poi qualcuno ha scoperchiato il calderone scrivendo un bell’articolo su Nature Scientific Data: “The FAIR Guiding Principles for scientific data management and stewardship”. E così, il 15 Marzo del 2016, nascono ufficialmente i principi FAIR.\nBelli. Ma di che trattano? \u0026hellip; verrebbe da dire _\u0026quot;_della vita, dell’universo e tutto quanto\u0026rdquo;. [Libro fuori tema, ma comunque carino]. La risposta, chiaramente faceta, contiene tuttavia qualche elemento di verità, nel senso che i principi sono piuttosto generici e - visti dalla prospettiva di chi implementa sistemi di distribuzione dati - potenzialmente ambigui. D’altro canto hanno il merito di non prescrivere tecnologie e di lasciare libertà tecnica ed implementatitva. I principi ci dicono che i dati devono essere:\nFindable: ricercabili nella loro interezza; Accessible: deve essere possibile accedere ai dati stessi e non solo ricercarli; Interoperable: l’interoperabilità dei dati intesa come la possibilità di diversi sistemi di leggere e \u0026ldquo;capire\u0026rdquo; i dati, deve essere assicurata; Reusable: i dati devono essere strutturati in maniera tale da essere riutilizzabili, aspetto che include elementi legali quali le licenze d’uso. Ecco quindi l’acronimo F.A.I.R.: Findable, Accessible, Interoperable, Reusable. Un insieme minimo di principi per rendere consistenti e riutilizzabili i dati della ricerca.\n\u0026lt;!- -nextpage- -\u0026gt;\nE in pratica? Tutto parte dalla constatazione che siamo sommersi dai dati e li vogliamo usare. Ma i dati sono un po’ come gli abitanti del pianeta terra, e dire “diamo da mangiare a tutti” è bello, ma se dai il Chili con Carne a mia nonna, le verze lesse al messicano e les onduillettes a mio fratello, entrambi i tre (come diceva la barzelletta sui carabinieri) te le tirano dietro.\nAvere tanti dati da usare è interessante, ma se sono diversi, difficili da trovare e processare, se vengono forniti in formati diversi e con significati diversi, è impossibile trarne profitto (scientifico, sociale ed economico). E bisogna allora fare un po’ di ordine nella giungla di dati, strutture, modi di condividerli. Scienziati e ricercatori hanno infatti delle fissazioni che ci possono cambiare un po’ la vita, ad esempio quella di trovare dei pattern ricorrenti su grandi moli di dati provenienti da sensori sparsi per il pianeta. Analizzare il dato per prevedere cosa succederà e trarne vantaggio. Già succede nella ricerca, ad esempio in ambito climatico, dove l’analisi di dati atmosferici permette di stabilire schemi frequenti e prevedere e circoscrivere - sempre con un margine di errore - oscillazioni climatiche o eventi catastrofici come El Nino. Non è fantascienza, e in ambito commerciale se ne fa largo uso. Uno degli esempi più semplici è quello delle heat maps, vale a dire tonnellate di dati raccolti da holding come Amazon che descrivono l\u0026rsquo;utilizzo dei servizi sui siti web. I dati vengono elaborati per creare mappe delle zone più cliccate di una pagina (guardate che carine quelle di wikipedia), e vengono poi sfruttate per capire dove convenga - ad esempio - inserire banner pubblicitari. Ecco bene, ma se i dati arrivano oggi i ASCII, domani in formato binario, dopodomani in tabelle excel, la settimana prossima su documenti word, come si fa ad armonizzare tutto e a darli in pasto ad un software (che tipicamente ha bisogno di dati di input standardizzati)? E allora ecco lo sforzo enorme, intellettuale ed economico, per dare una ratio ai dati scientifici.\nQui la parola d’ordine per i dati è machine-readable: i dati devono poter essere letti da una macchina, che poverina non sa distinguere tra maiuscole e minuscole, non sa che “temperatura” e “gradazione” significano la stessa cosa per il ricercatore Arnolfo e per la ricercatrice Berenice.\nQueste ed altre più profonde (e serie) considerazioni hanno portato a\nspecificare il dato come un Data Object, vale a dire una tripla che contiene: 1. il dato stesso (es. file word), 2. il metadato, 3. un identificativo univoco\nData Object \u0026lt;dato, metadato, PID\u0026gt;\nQuindi concretamente produrre dei dati FAIR significa fare uno sforzo di armonizzazione, di descrizione dei dati e di progettazione dei sistemi che li rendono disponibili che permetta di avere:\nformati di dati comuni e standard formati di metadati comuni e standard identificativi univoci dei dati (e metadati) che mi permettano di ritrovarli licenze aggregate nei metadati schemi semantici definiti che mi permettano di capire a cosa si riferiscono i valori dei dati e dei metadati sistemi informatici per accedere e ricercare i dati \u0026hellip;e altri aspetti che possiamo approfondire più tardi Due, proprio due, cosine tecniche Magari tre, che se poi non interessano si può sempre saltare il paragrafo. Per metadati, qui utilizziamo una definizione generica di “dati che descrivono i dati”.\nSono quelli associati per esempio ai file mp3: artista, produttore, data e ora di produzione del file. Sui metadati c’è una comunità piuttosto attiva che si scervella per trovare gli schemi più adatti in un certo ambito. Penso ad esempio a DCAT-AP, un specifica di termini basata sul vocabolario del catalogo dati W3C (DCAT) che ha come scopo la descrizione dei cataloghi di dati pubblici in Europa. Seguendo questo schema, si ha una chiara definizione di tutto ciò che un file contiene. Se quindi ad un certo punto io, povera macchina nonpensante che so solo leggere i file riga per riga e confrontare le parole con stringhe di riferimento già in memoria, leggo:\ndct:title allora so che chi ha compilato il file (essere umano oppure altra macchina, poco mi interessa) fa riferimento al titolo del dataset nello standard “dct\u0026quot;, e posso quindi metterlo in grassetto, in rosso al centro della pagina, perché è un titolo. È un esempio semplice ed apparentemente banale, ma le cose funzionano proprio così.\nAltra informazione: quando si parla di standard in questo ambito, ci si riferisce generalmente a sistemi accettati dalle comunità o da organismi di standardizzazione (la famosa ISO - International Organization for Standardization oppure il W3C, cioè gli inventori e i “manutentori” del web**).** Un dato con un formato standard è quindi un dato che può essere interpretato in maniera univoca poiché si conosce in anticipo la sua struttura.\nAltra cosina importante: i principi FAIR non sono solo filosofie o un acronimo, ma vengono dettagliati al fine di specificarli meglio. Quindi ci sono dei sotto-principi per ognuna delle lettere dell’acronimo. Solo per la Findability abbiamo i seguenti (in inglese per semplicità):\nF1. (Meta)data are assigned a globally unique and persistent identifier F2. Data are described with rich metadata (defined by R1 below) F3. Metadata clearly and explicitly include the identifier of the data they describe F4. (Meta)data are registered or indexed in a searchable resource Ho quasi mantenuto la promessa. Sono solo tre. Poi certo, se ci sono domande nei commenti si può espandere.\nI principi F.A.I.R. sono davvero “fair\u0026quot;? Innanzitutto, se siete arrivati fino a qui, complimenti. Avete pelo sullo stomaco. Oppure siete semplicemente interessati all’argomento. Approfondiamo quindi ancora un po’ la tematica FAIR utilizzando qualche domanda. L’acronimo FAIR gioca sulla polisemanticità de termine. FAIR infatti è una parola inglese che significa anche “giusto”, “equo”, suggerendo che questi principi sono imparziali.\nDomandiamoci allora: davvero i principi FAIR sono equi? Se li consideriamo come un insieme minimo di direttive che può essere applicato a tutti, certamente sì.\nSe inoltre vengono applicati a tutti in maniera imparziale - possono dare vita a degli ecosistemi “informatici\u0026quot; in cui tutti i produttori di dati sono allo stesso livello, stabilendo una sorta di equità informatica. Un concetto affine al più popolare peer to peer.\nIl sogno è quindi quello di avere centri di distribuzione dati intelligenti sparsi sulla rete mondiale che integrano funzionalità di ricerca e accesso ai dati, che sono auto-descrittivi poiché fanno uso di standard e metadati. E poi avere una serie di agenti (umani o macchine) che utilizzano (“to consume” è il termine tecnico inglese utilizzato) questi dati, per farci… quello che vogliono: analisi, produzione di nuovi dati correlando quelli esistenti, processamento etc.\nMa poiché il diavolo sta nei dettagli - adesso va di moda questa frase - bisogna fare considerazioni su dati di realtà. E’ ad esempio legittimo chiedersi: chi decide quando un dato è “Findable”? Quali sono le specifiche tecniche che possono determinare univocamente la Findability di un dato? E ancora: la Findability è un principio “booleano”, vale a dire “si/no”? Oppure ci sono diversi gradi di “Findability”?\nPensiamo assieme ad un caso d’uso. Supponiamo che il dato in questione sia la vostra foto. Una bella immagine .jpeg di voi alle Bahamas che vi immergete con lo squalo caricata da qualche parte.\nSu Facebook, sul vostro blog personale, sul profilo di qualche servizio a cui siete iscritti o altro. Bene, quando cercate su Google il vostro nome, esce fuori una serie di risultati. Forse cliccando qua e là troverete anche la vostra foto. E quindi? La vostra foto è “trovabile”? Risposta: Si! Domanda: Sicuri? E se foste una macchina? Non vorreste dei metadati che descrivono che il contenuto della foto siete proprio voi? (e non lo squalo\u0026hellip;). Risposta: ehm.. Domanda incalzante: e se invece la trovate, ma magari voi stessi non avete la licenza per usarla perché Facebook decide di considerare suo tutto il materiale che uploadate sul social network, possiamo dire che la vostra foto è “Accessible”? Risposta: ehm … ehm\u0026hellip;\nChe è poi la conclusione giusta. Perchè quando si scende nel dettaglio si accede ad un grado di complessità in cui dare risposte chiare e perentorie diventa difficile, se non si tengono in considerazione i molteplici aspetti della quesitone. Specialmente se si parla con le macchine. E qui mi viene da dire che James Cameron ci ha preso in “Terminator”, dove rappresenta macchine sceme e per questo inesorabili e disumane. Ecco, un agente intelligente (un software in rete) che analizza i dati di temperatura prodotti dalla vostra caldaia collegata all’Internet of Things è decisamente un piccolo terminator: se non gli date i dati nel formato che vuole lui, o non li descrivete in quel modo preciso e pedante che solo le macchine sanno avere, vi termina. Click. Non esistete più. I vostri dati non hanno senso. Si scollega. Povera caldaia. Lei che invece continua a funzionare (inesorabile anche lei, visto che è stata programmata per girare fino a che il gas non finisce o qualcuno non chiude il rubinetto…).\nUn dato quindi risulta FAIR anche in funzione della precisione e del dettaglio con cui la “FAIRness” viene valutata.\nPiù la definizione di FAIR è condivisa, tecnicamente significativa e poco soggetta ad interpretazioni, e più i principi saranno applicabili in maniera equa a tutti.\nPerché hanno avuto successo? È legittimo chiedersi a questo punto il motivo per cui i principi riassunti dall’acronimo FAIR abbiano avuto successo. Pensandoci bene, la storia poteva andare diversamente. Ad esempio si potevano espandere ulteriormente best practices e regole implementative dell’open Data. Oppure si poteva spiegare e pubblicizzare meglio solo l’interoperabilità (come la concepiscono gli ingegneri informatici) e i metadati per la ricerca. Altre strade erano possibili, ma invece gli eventi ci hanno condotto ai principi F.A.I.R. Perché?\nCi sono considerazioni da fare su diversi piani. Dal punto di vista comunicativo, i principi FAIR sono vincenti. L’acronimo è infatti semplice da ricordare ed ha questo significato aggiuntivo di “equo”, che fa pensare a regole ugualmente ed equamente applicabili. Dal punto di vista di endorsement, hanno avuto l’appoggio di personaggi e centri di ricerca importanti. Quindi è un po’ la solita storia: se il contadino di Velletri dice che piove, lo ascoltiamo e magari ritiriamo anche i panni dentro casa, per sicurezza. Ma se me lo dice il colonnello Bernacca (chi non lo conoscesse - ma anche chi lo ricorda - può vedere il suo fantastico video sulle previsioni dopo l’uragano David - 1979) allora è legge vergata su marmo. Dal punto di vista di sostegno finanziario, i principi sono diventati un criterio fondamentale per l’Unione Europea, specialmente per il finanziamento dei progetti H2020 in ambito European Open Science Cloud (acronimo EOSC, che ha grandi ambizioni ed un certo grado di complessità). E quindi - ca va sans dire - tutti i progetti adesso prevedono che quando vengono usati, prodotti o gestiti dati, queste attività seguano FAIR.\nLo stato attuale: principi FAIR e realtà I principi sono affascinanti. Ma per rendere tangibile la visione, bisogna calarla nella realtà.\nDifficilissimo riassumere la realtà dei dati pubblici di ricerca Europei in maniera breve e rigorosa. Certamente non da fare in questo post. Ma una considerazione molto generale si può fare: i dati prodotti dall’amministrazione pubblica e dalla ricerca, in Europa, sono una grande giungla dove si sta cercando di fare ordine, con fatica, implementando policy appropriate, pensando alla sostenibilità delle infrastrutture, creando un cross-fertilization di competenze, finanziando progetti cluster, etc. etc.\nE quindi in pratica?\nBhé dal punto di vista ingegneristico e informatico non è facile dare direttive poiché in Europa si è sempre molto inclusivi e si tenta di trovare un equilibrio per rispettare le istanze di tutti.\nMa è chiaro che adesso, su vari fronti, ci sono persone che cercano di sporcarsi le mani dichiarando apertamente cosa è necessario fare dal punto di vista tecnologico per implementare i principi FAIR.\nAnche l’Europa si è data da fare, sia pubblicando documenti come Turning FAIR into reality (Report of the Commission FAIR Data Expert Group (FAIR Data EG)), sia aprendo i rubinetti dei finanziamenti per sostenere varie iniziative, come ad esempio GO-FAIR, ENVRI-FAIR. Fuori dall’Europa si trovano anche altre iniziative, una per tutte FAIRSharing.org.\nLa difficoltà più grande è non solo definire in maniera chiara ma allo stesso tempo generica ed inclusiva sistemi che distribuiscano dati FAIR, ma anche utilizzare un approccio che sia comprensibile dai Data Manager e dai dirigenti di ricerca, che spesso hanno un background scientifico in ambiti diversi dall’informatica.\nL’architettura client-server, che uno studente della triennale di Informatica è in grado di spiegarti anche in situazioni estreme - ad esempio se svegliato in piena notte con una secchiata d’acqua urlandogli in faccia, a bruciapelo, la richiesta “porta un esempio di protocollo client-server con handshaking!” [cit. Renato Spigler, il mio prof di Analisi ai tempi dell\u0026rsquo;università] - non è una roba che biologi, filosofi e altri possono digerire facilmente. C’è bisogno di frullare, omogeneizzare, impacchettare e vendere bene. Per questo abbiamo pensato alla piramide FAIR.\nLa piramide FAIR e la pace del cervello Il nostro gruppo di lavoro si è trovato proprio all\u0026rsquo;intersezione dell\u0026rsquo;ambito scientifico e tecnico, dove i principi diventano realtà, a dover lavorare su questa FAIR-mess, e adesso che abbiamo qualche annetto di esperienza nello sviluppo di una architettura pienamente compatibile con FAIR, nel progetto EPOS, abbiamo pensato di creare un prodotto digeribile. Una specie di citrosodina (o Brioschi, per par condicio) FAIR.\nSi tratta della piramide FAIR.\n[caption id=\u0026ldquo;attachment_3668\u0026rdquo; align=\u0026ldquo;alignnone\u0026rdquo; width=\u0026ldquo;3000\u0026rdquo;] Dall\u0026rsquo;articolo: Perspectives on the Implementation of FAIR Principles in Solid Earth Research Infrastructures DOI: https://doi.org/10.3389/feart.2020.00003[/caption]\nLa piramide descrive un approccio comune da parte degli scienziati e di chi fa il lavoro quotidiano sui dati e i sistemi, basato su quattro livelli:\nlivello dei dati, livello dei metadati, livello di accesso livello di (ri)utilizzo. I dati sono di solito l\u0026rsquo;attività principale e la ricchezza di scienziati e professionisti dei dati nelle Infrastrutture di ricerca. Di conseguenza, il primo passo concettuale per ogni scienziato è preoccuparsi dei dati: formati, struttura, descrizione etc. (Liv 1). Una volta che i dati sono gestiti correttamente, si tende ad affrontare concettualmente la sfida della descrizione e dell\u0026rsquo;identificazione dei dati, al fine di creare le premesse per la ricerca e la contestualizzazione (Liv 2). Poi una volta che i dati sono gestiti, descritti e contestualizzati correttamente per mezzo di metadati, si affronta il problema di come renderli accessibili agli utenti (Liv 3). C\u0026rsquo;è poi un quarto livello, che va un po\u0026rsquo; oltre i principi FAIR, che si occupa ad esempio dell\u0026rsquo;analisi e l\u0026rsquo;elaborazione dei dati. Qui si aprono scenari interessanti, riassunti dalla domanda: come fa un servizio di processamento a garantire che dati FAIR in input producano in output dei prodotti che sono ancora FAIR?\nAppurato che nell\u0026rsquo;ambito dei ricercatori e delle infrastrutture di ricerca l\u0026rsquo;approccio è basato su queste quattro fasi, l\u0026rsquo;esercizio che abbiamo fatto è stato di rimescolare l\u0026rsquo;ordine dei principi FAIR e di assegnarli ad ognuno dei quattro livelli della piramide. In questo modo sarà più facile per chi deve implementare i principi FAIR capire a quale livello deve agire nella progettazione o nell\u0026rsquo;upgrade del sistema.\nThe End Insomma, FAIR capita a fagiolo in un\u0026rsquo;epoca in cui siamo sommersi dai dati e dove, soprattutto in ambito pubblico e di ricerca, c\u0026rsquo;è bisogno di fare un po\u0026rsquo; di ordine per realizzare questa visione di un internet dei dati dove le informazioni sono davvero accessibili e analizzabili su larga scala (Big Data).\nImplementare FAIR però è davvero complicato quando si tratta di farlo davvero e di sporcarsi le mani con codice, dati, metadati, architetture di sistemi.\nNoi per facilitare un po\u0026rsquo; le cose abbiamo prodotto questa piramide, in cui i principi vengono associati a delle attività più definite.\nOra manca il seguito: chi proverà ad applicarli e a produrre dati davvero FAIR?\nLasciamo la domanda in sospeso\u0026hellip; in attesa di un altro post sull\u0026rsquo;argomento (il cui taglio e contenuti sono influenzabili lasciando un commento qui sotto\u0026hellip;).\nAcknowledgements Images in this post were provided courtesy of pxhere\nBaby \u0026amp; Computer https://pxhere.com/en/photo/1250101 Gears https://pxhere.com/en/photo/818429 Header img: https://pxhere.com/en/photo/1451251 Bahamas Shark img: https://pxhere.com/en/photo/496028 [jetpack_subscription_form subscribe_text=\u0026ldquo;inserisci la tua email\u0026rdquo;]\n","date":"2020-11-04","image":"/news/principi-e-sati-f-a-i-r-cosa-sono-perche-ne-abbiamo-bisogno/images/1570195415_featured_hu_4767ecf1f3b52e09.jpeg","month":"2020-11","permalink":"/news/principi-e-sati-f-a-i-r-cosa-sono-perche-ne-abbiamo-bisogno/","summary":"Da qualche anno a questa parte - diciamo circa tre anni - nel mio ambito si sente spesso parlare dei principi F.A.I.R: amati dai funzionari Europei, guardati con sospetto dagli ingegneri informatici, approvati in parte dagli scienziati, questi principi hanno un consistente impatto negli ambiti della ricerca che in qualche modo hanno a che fare con i dati e la loro condivisione.\nDomanda: quale ambito della ricerca non ha a che fare con i dati e loro distribuzione? Risposta: quasi nessuno. Inferenza logica: i principi FAIR (“evviva!\" oppure “ahimé\") riguardano un po’ tutti i ricercatori.\n","tags":["data-science","fair","fairdata","integration","interoperability"],"title":"Principi e Dati F.A.I.R.: cosa sono? (Perché) ne abbiamo bisogno?"},{"categories":["job","riflessioni"],"content":"3 Posizioni Aperte Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia EPOS – European Plate Observing system Stiamo cercando tre figure professionali di tecnico informatico per collaborare alla realizzazione di un’infrastruttura di ricerca europea innovativa con l’obiettivo di integrare dati e servizi nel dominio delle scienze della Terra solida. L’integrazione avviene tramite un sistema avanzato, gli Integrated Core Services (ICS), che permette di ricercare, scaricare e analizzare dati delle comunità scientifiche da un’unica piattaforma e interfaccia web basata su mappa, con dati geolocalizzati.\nIl bando di concorso è finanziato dal progetto EPOS-MIUR, la durata del contratto è pari a un anno, con la possibilità di rinnovo. L’inquadramento avverrà nel profilo professionale di Collaboratore Tecnico Enti di Ricerca (livello VI). Il bando di concorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 79 del 04.10.2019. Il testo completo è disponibile all’indirizzo:\nhttp://istituto.ingv.it/it/amministrazionetrasparente/disposizioni-generali/atti-generali/atti-amministrativi-generali/decreti-e-delibere/anno-2019-1/decreti-del-direttore-degli-affari-amministrativi-e-del-personale-2/13061-n-475-concorso-pubblico-per-n-3-posti-di-cter-vi-livello-a-tempo-determinato-codice-bando-3cter-rm1-09-2019/file.html\nE qui:\nhttp://istituto.ingv.it/it/amministrazionetrasparente/bandi-di-concorso/concorsi-pubblici/tempo-determinato-2019.html\nChi siamo L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) è un ente pubblico di ricerca. L’obiettivo primario dell’INGV è contribuire alla comprensione della dinamica del Sistema Terra, nelle sue diverse fenomenologie e componenti solida e fluida, e alla mitigazione dei rischi naturali associati. L’ente ha dato vita a numerosi progetti, tra cui lo European Plate Observing System (EPOS), ora diventato un ERIC. EPOS (www.epos-eu.org) è una infrastruttura di ricerca europea innovativa che ha lo scopo di integrare dati e servizi nel dominio delle scienze della Terra solida. Si tratta di dati e servizi relativi a terremoti, eruzioni vulcaniche, deformazioni geodetiche, osservazioni satellitari e altro, che presentano un alto grado di eterogeneità in termini di tecnologie di data provision, formati e modalità di presentazione delle risorse. Le attività si svolgeranno nel quadro di questo progetto.\nChi sei tu? Sviluppatore software con conoscenze di Java, con buone conoscenze di database relazionali e/o sistemista Junior che è interessato al Cloud computing, alla creazione di sistemi geolocalizzati e generalmente appassionato alla esplorazione del mondo delle nuove tecnologie e voglioso di applicarle in modo creativo alla risoluzione dei problemi. Non hai paura di confrontarti con il team per portarlo al raggiungimento degli obiettivi.\nCosa offriamo? L’opportunità̀ di inserirsi in un team di sviluppo software in ambiente di ricerca, che condivide obiettivi e modalità di lavoro. Il candidato verrà inserito nelle attività lavorative previo formazione, se necessaria, e potrà arricchire la propria esperienza lavorativa nell’ambito dei sistemi cloud, avendo anche opportunità future di crescita professionale commisurate alla effettiva capacità, volontà e al livello professionale.\nRequisiti professionali richiesti I requisiti sono descritti nel bando e qui sinteticamente riportati. a) diploma di scuola superiore; b) esperienza nei seguenti ambiti: - sviluppo software in linguaggio Java o in alti linguaggi a oggetti (C++, Python); - progettazione e gestione di database relazionali; - esperienza nell’utilizzo di sistemi Linux/Unix; - capacità di partecipare a contesti collaborativi e lavoro in team; c) conoscenze generiche relative a: - principali linguaggi di programmazione imperativi (es. PHP, javascript); - basi di database non relazionali, es. MongoDB; d) conoscenza della lingua inglese;\nSede di lavoro e Retribuzione La sede di lavoro è Roma, l’attività̀ lavorativa prevede un totale settimanale di 36 ore complessive con flessibilità̀ oraria. La retribuzione lorda annuale per gli CTER di livello VI è regolata dal contratto nazionale vigente e indicativamente ammonta a circa 31000 Euro annui lordi.\nCandidatura Per candidarsi alla posizione è necessario seguire le istruzioni all’art 4 del bando a questo link:\nhttp://istituto.ingv.it/it/amministrazionetrasparente/disposizioni-generali/atti-generali/atti-amministrativi-generali/decreti-e-delibere/anno-2019-1/decreti-del-direttore-degli-affari-amministrativi-e-del-personale-2/13061-n-475-concorso-pubblico-per-n-3-posti-di-cter-vi-livello-a-tempo-determinato-codice-bando-3cter-rm1-09-2019/file.html\n","date":"2019-10-06","image":"/news/ingv-epos-assume-tecnico-informatico/images/eric-logo_hu_3570ebafa5516d9b.png","month":"2019-10","permalink":"/news/ingv-epos-assume-tecnico-informatico/","summary":"3 Posizioni Aperte Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia EPOS – European Plate Observing system Stiamo cercando tre figure professionali di tecnico informatico per collaborare alla realizzazione di un’infrastruttura di ricerca europea innovativa con l’obiettivo di integrare dati e servizi nel dominio delle scienze della Terra solida. L’integrazione avviene tramite un sistema avanzato, gli Integrated Core Services (ICS), che permette di ricercare, scaricare e analizzare dati delle comunità scientifiche da un’unica piattaforma e interfaccia web basata su mappa, con dati geolocalizzati.\nIl bando di concorso è finanziato dal progetto EPOS-MIUR, la durata del contratto è pari a un anno, con la possibilità di rinnovo. L’inquadramento avverrà nel profilo professionale di Collaboratore Tecnico Enti di Ricerca (livello VI). Il bando di concorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 79 del 04.10.2019. 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Si tratta di dati e servizi relativi a terremoti, eruzioni vulcaniche, deformazioni geodetiche, osservazioni satellitari e altro, che presentano un alto grado di eterogeneità in termini di tecnologie di data provision, formati e modalità di presentazione delle risorse. L’integrazione avviene tramite un sistema avanzato, gli Integrated Core Services (ICS), che permette di ricercare, scaricare e analizzare dati delle comunità specifiche da un’unica piattaforma e interfaccia web.\nLa proposta di collaborazione rivolta a tirocinanti e tesisti interessati all’utilizzo di tecnologie innovative, mira a contribuire all’ulteriore sviluppo e ottimizzazione del sistema Integrated Core Services, e si sviluppa nei seguenti temi:\ndatabase relazionali (PostgreSQL) e non relazionali (e.g. MongoDB); sistemi basati sul paradigma dei Microservizi; ottimizzazione e tuning del sistema e dei servizi; creazione di moduli Java e Python per mapping e conversione di dati e metadati; creazione e ottimizzazione interfacce grafiche con AngularJS; integrazione semantica, sviluppo e ottimizzazione di estensioni di DCAT-AP. Le attività da svolgere saranno concordate con lo studente sulla base degli argomenti di interesse.\nInformazioni Dr. Daniele Bailo\nEPOS-ERIC Technical Officer Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) Via di Vigna Murata 605, 00143 Rome - Italy daniele.bailo@ingv.it Phone. +39 06-51860728\nRiferimenti epos-eu.org Bailo, Daniele, and Keith G. Jeffery. \u0026ldquo;EPOS: a novel use of CERIF for data-intensive science.\u0026rdquo; _Procedia Computer Science_33 (2014): 3-10. Jeffery, Keith G., and Daniele Bailo. \u0026ldquo;EPOS: using metadata in geoscience.\u0026rdquo; Research Conference on Metadata and Semantics Research. Springer, Cham, 2014. Trani, Luca, et al. \u0026ldquo;Establishing Core Concepts for Information-Powered Collaborations.\u0026rdquo; _Future Generation Computer Systems_89 (2018): 421-437. Bailo, Daniele, et al. \u0026ldquo;Mapping solid earth Data and Research Infrastructures to CERIF.\u0026rdquo; _Procedia Computer Science_106 (2017): 112-121. ","date":"2019-06-10","image":"/news/tesi-e-tirocini-in-contesto-europeo-discipline-informatiche/images/ERIC_banner_2_510-442903980-1559746653811_hu_494082635275e25d.png","month":"2019-06","permalink":"/news/tesi-e-tirocini-in-contesto-europeo-discipline-informatiche/","summary":" Ti stai per laureare o sei prossimo al tirocinio e ti piacerebbe fare un’esperienza in un contesto dinamico e internazionale?\nDai uno sguardo alla proposta di Tirocinio e Tesi dello European Plate Observing System (EPOS).\nEPOS - European Plate Observing system Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia EPOS (www.epos-eu.org) è una infrastruttura di ricerca europea innovativa che ha lo scopo di integrare dati e servizi nel dominio delle scienze della Terra solida. 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However, more and more emphasis has been given to the structural components that enable a Research Infrastructure[2] to be sustainable, robust and, even most importantly, compliant to the FAIR principles[3]. Such principles prescribe\u0026ndash;in order to enable reproducible science\u0026ndash;that data need to be findable, accessible, interoperable and reusable. It is usually up to research infrastructure designers, developers and managers to find the best architecture and technologies to enable FAIR to become reality in their scientific domain. However, looking transversally at science domains, it is clear that there is a number of challenges common to several communities, as evidenced by the common requirements elicitation and analysis of existing technical assets carried out both in the VRE4EIC and ENVRIplus project[4].\nIn this framework, VRE4EIC is promoting the adoption of common, standard technical solutions in order to facilitate Research Infrastructures in facing shared challenges and thus complying with FAIR principles.\nThis is the case of the European Plate Observing System (EPOS), a Distributed Research Infrastructure long-term plan to facilitate integrated use of data, data products, and facilities from distributed research infrastructures for solid Earth science in Europe.\nIn order to enable accessibility (the “A” of FAIR), the EPOS central hub, that provides access to a wealth of different types of data and services from communities, had to implement appropriate Authorization mechanisms. Such mechanisms are usually referred to as “AAAI”, which stands for Authentication, Authorization, and Accounting Infrastructure. Instead of creating such an infrastructure “from scratch”, EPOS took advantage of the existing VRE4EIC “AAAI Service”[5] building block. This component provides a “plug-and-play” solution for the authentication of users, and in addition it integrates different authentication mechanisms from various AAI providers (e.g. EDUGAIN, Facebook, Google and others) in one single system. Due to its integrability into service-based architecture, it can be easily plugged into micro-services-oriented architectures[6], such as the one of EPOS.\nFigure 1: Example of integration of VRE4EIC Authentication services (AAAI) into EPOS central hub Graphic User Interface (GUI). The login box is rendered on the EPOS GUI, but actually managed and ran by VRE4EIC Authentication service building block. Such component is part of the VRE4EIC prototype and runs on VRE4EIC servers made available by project partners (in this case CNR ISTI – Pisa).\nThe EPOS User Interface is presented in Figure 1. It enables the discovery and search of datasets in the solid Earth domain, which includes several communities such as Seismology, GPS, satellite data, volcanic observatories and others. An authentication widget is also available for access to specific dataset. The authentication in this case is managed by the VRE4EIC AAAI service component, that is simply “plugged-in” into EPOS main system.\nStarting from this first pilot, EPOS has also benefitted from VRE4EIC studies and developments in other fields. For instance for the workflow management and the metadata system architecture (both projects use the CERIF[7] model).\nThe EPOS use case has several important implications. The first one is that this pilot has demonstrated the suitability of the strategy adopted by VRE4EIC for supporting and enhancing e-Research Infrastructures, in particular with respect to the AAAI service.\nThe second one, related to research infrastructure sustainability, is that it saved efforts in integrating authentication services on EPOS, with all related technical and security issues, not to counting the development efforts that were optimized by adopting an EU-funded solution.\nThird, on the user side, it allows end users to access through existing credentials from Facebook, eduGAIN, and other Identity Providers, to log in easily to EPOS or any other Research Infrastructure enhanced by VRE4EIC Authentication service.\nNow, a future-oriented exercise is due: imagine that many other research infrastructures would use such shared solutions produced by VRE4EIC. How much development and sustainability efforts would they save by integrating in an easy way metadata catalogue services, AAAI services, and other common solutions?\nThe answer is not trivial, also because other players are available on the EU landscape. However, the expertise brought in by a pool of scientist and engineers in VRE4EIC, strongly connected with the communities, and with skills in the integration of several research infrastructures in various domains, is doubtless precious and capable of optimizing the technical dimension and sustainability, as demonstrated by the EPOS pilot.\n[1] For an overview of the Data Lifecycle see https://www.dataone.org/data-life-cycle\n[2] Definition of Research Infrastructure by EU funding body https://ec.europa.eu/research/infrastructures/index.cfm?pg=about\n[3] M. D. Wilkinson et al., “The FAIR Guiding Principles for scientific data management and stewardship,” Sci. Data, vol. 3, p. 160018, 2016.\n[4] “ENVRIplus is a Horizon 2020 project bringing together Environmental and Earth System Research Infrastructures, projects and networks together with technical specialist partners to create a more coherent, interdisciplinary and interoperable cluster of Environmental Research Infrastructures across Europe”. “Theme 2” deliverables report an overview of common elements and requirements in the various Environmental Research Infrastructures http://www.envriplus.eu/deliverables/\n[5] More information about the VRE4IEC AAAI building block can be found here https://www.vre4eic.eu/images/Public_deliverables/D3.3_Building_Blocks.pdf\n[6] A extensive compendium about Microservices architecture and techniques can be found in S. Newman, Building Microservices. O’Reilly Media\u0026hellip;\n[7] CERIF stands for Common European Research Information Format, see https://www.eurocris.org/cerif/main-features-cerif and https://www.eurocris.org/eurocris_archive/cerifsupport.org/cerif-in-brief/index.html\n","date":"2018-10-30","image":"/news/enhancing-research-infrastructures-with-vre4eic-components-the-epos-success-story/images/Schermata-2018-10-30-alle-11.40.36_hu_ba7e048238d65dfc.png","month":"2018-10","permalink":"/news/enhancing-research-infrastructures-with-vre4eic-components-the-epos-success-story/","summary":"(This article was originally written for VRE4EIC Newsletter. Follow this link to the original source).\nThe European Plate Observing System (EPOS) highlights how its research infrastructure has become more efficient and user friendly by utilizing technology developed in the frame of the EU H2020 VRE4EIC project.\nIn the last decades quite an amount of tools, technologies and software has been developed to support and improve research throughout the entire data lifecycle[1]. This includes software, modeling tools, and even code that can be used and re-used by researchers around the world. However, more and more emphasis has been given to the structural components that enable a Research Infrastructure[2] to be sustainable, robust and, even most importantly, compliant to the FAIR principles[3]. Such principles prescribe–in order to enable reproducible science–that data need to be findable, accessible, interoperable and reusable. It is usually up to research infrastructure designers, developers and managers to find the best architecture and technologies to enable FAIR to become reality in their scientific domain. However, looking transversally at science domains, it is clear that there is a number of challenges common to several communities, as evidenced by the common requirements elicitation and analysis of existing technical assets carried out both in the VRE4EIC and ENVRIplus project[4].\nIn this framework, VRE4EIC is promoting the adoption of common, standard technical solutions in order to facilitate Research Infrastructures in facing shared challenges and thus complying with FAIR principles.\nThis is the case of the European Plate Observing System (EPOS), a Distributed Research Infrastructure long-term plan to facilitate integrated use of data, data products, and facilities from distributed research infrastructures for solid Earth science in Europe.\n","tags":["aaai","epos","europe","myjob","research-infrastructure","ri","vre4eic"],"title":"Enhancing Research Infrastructures with VRE4EIC components: the EPOS success story"},{"categories":["job","musica-video","technology-ict"],"content":"Well, it\u0026rsquo;s weird: I\u0026rsquo;m at the same time proud and shy about the video we released in the framework of VRE4EIC project.\nIt was funny: I had just landed at Schipol airport and then rushed to TUDelft university\u0026hellip; and I found myself at the New Media Center in front of a camera, in a soundproof studio with a bright-green background, just a few people watching (or staring at? :)) me behind the soundproof glass and I had to start talking with my south European English accent (that\u0026rsquo;s the embarrassing part :))\nWell, I think I realized how fishes feel in their fish-bowls!\nBy the way, the people from the studio were great and patient, and they explained clearly how it would work. So we just had to leverage on the huge work we did previously, that is to say the preparation of the video - lecture.\nThe topic of the videos is How research Infrastructures can take advantage of interoperable VRE building blocks.\nIn the first part I explained what research infrastructures are, what distributed research infrastructures can provide to users, and what is their governmental and technical organisation. Real examples were be done by discussing the EPOS use case.\nIn the second part the focus was on how interoperable building blocks developed in the framework of VRE4EIC can be used to enhance Functionalities of Research Infrastructures. An example was be illustrated by discussing and analysing the EPOS use case.\nPART 1 [youtube https://www.youtube.com/watch?v=CVt6UAXXgKU?rel=0\u0026w=350]\nPART 2 [youtube https://www.youtube.com/watch?v=8WJtKqrIV-4\u0026w=350]\nI hope you enjoy the two videos.\n","date":"2018-08-09","image":"/news/how-research-infrastructures-can-take-advantage-of-interoperable-vre-building-blocks/images/Screenshot_20180809-1801383_hu_b2d52d6c9d907324.png","month":"2018-08","permalink":"/news/how-research-infrastructures-can-take-advantage-of-interoperable-vre-building-blocks/","summary":"Well, it’s weird: I’m at the same time proud and shy about the video we released in the framework of VRE4EIC project.\nIt was funny: I had just landed at Schipol airport and then rushed to TUDelft university… and I found myself at the New Media Center in front of a camera, in a soundproof studio with a bright-green background, just a few people watching (or staring at? :)) me behind the soundproof glass and I had to start talking with my south European English accent (that’s the embarrassing part :))\n","tags":["epos","lavoro","lectures","lezioni","research-infrastructure","video","vre4eic"],"title":"How Research Infrastructures can take advantage of interoperable VRE building blocks"},{"categories":["job","riflessioni","scrittura"],"content":"Sono recentemente tornato da Edimburgo, città che oltre ad essere piovosa e pittoresca, ha ospitato una conferenza sui Virtual Research Environments, argomento oscuro ai più e soprattutto impossibile da spiegare a nonna quando mi chiede «Ma di che parlate quando fate queste riunioni?». Ora, quando dico «nonna» non fate l\u0026rsquo;errore di immaginare una novantacinquenne mansueta e rimbambita. Lei è semplicemente la punta di diamante di una generazione che ha attraversato - rinforzandosi - una guerra, il sessantotto, il boom economico, canale cinque, Mike Buongiorno, le soap opera e Young Signorino: è sveglia, ha sempre la risposta pronta, impossibile da ingannare, abile nel raggirare, arduo piegarla alla propria volontà. In pratica un caterpillar. E\u0026rsquo; su questi soggetti che dovrebbero fare i film. Robocop e i supereroi della Marvel a confronto sembrano verginelle alla prima notte di nozze.\nSebbene io mi pregi di discendere da sì coriacei antenati, devo avere una qualche interna debolezza e dare ricetto ad un peccato originale di cui sono inconsapevole ospite. Lo stato Italiano mi considera infatti con diffidenza, come un potenziale perpetratore di reiterati peculati a suo danno e ai danni delle tasche dei contribuenti. Pertanto, con una paterna cura, mette in atto tutte le strategie per evitare che io cada in tentazione e che assuma il triste status di parassita statale. Giusto. Ben fatto.\n[gallery ids=\u0026ldquo;3343,3344\u0026rdquo; type=\u0026ldquo;rectangular\u0026rdquo; link=\u0026ldquo;none\u0026rdquo;]\nNe ho avuto conferma anche questa volta, quando tornato da Edimburgo faccio la cosiddetta «chiusura di Missione», vale a dire la conclusione delle pratiche per ricevere il rimborso dei soldi anticipati di tasca mia. E\u0026rsquo; l\u0026rsquo;ultimo passo di una complessa procedura a prova di ladro, che include molti passaggi. Eliminando quelli più noiosi e espungendo i dettagli per gli addetti ai lavori, posso riassumere l\u0026rsquo;iter come segue:\na) Recupero del modulo di missione: si tratta di ottenere il modulo da compilare per avere il permesso di andare in missione. Attenzione però, ne esiste uno diverso per ogni sezione dell\u0026rsquo;ente ed il modulo non è relativo alla sezione a cui si afferisce, ma a quella che gestisce i fondi che finanziano la propria missione. E\u0026rsquo; strano e un po\u0026rsquo; complesso, ci ho messo anni per capirlo, ma fa niente, tempo ne ho: sono statale. I moduli si trovano su una area virtuale interna, la intranet, a cui per fortuna si accede con un indirizzo facile da ricordare, tipo http://intranet.sede.questoente.it/?q=node/88/index.php. Poi da questa pagina si può comodamente navigare seguendo un centinaio di link verso quella della modulistica della propria sezione, dove tra una lista di quaranta diversi moduli ordinati aleatoriamente e riconoscibili da sigle familiari a tutti (e.g. «Modulo E/intranet - richiesta acquisto beni inventariabili»), si seleziona quello di missione. Ah, no, dimenticavo. Di moduli in realtà ce ne sono tre: missione in Italia, missione all\u0026rsquo;estero, richiesta di straordinario in missione, di cui posso avere sia il file word da modificare che il pdf non editabile. Quest\u0026rsquo;ultimo dedicato agli ingenui che amano stampare il foglio e compilarlo a penna blu, di solito uscendo fuori dagli spazi disponibili delimitati da insufficienti righe nere, con conseguente rigetto della pratica. Pivelli. (Questo per altro comprova la teoria secondo cui è stato il SISDE a commissionare l\u0026rsquo;invenzione del pdf ad una setta satanica formata da ex impiegati dell\u0026rsquo;INPS).\nOvviamente tutti i moduli contengono le stesse informazioni, ma differiscono per elementi fondamentali che ne rendono invalida la presentazione, quali logo della sezione e dimensione del carattere delle note a piè pagina. Ammetto pubblicamente di aver fatto il furbetto e dopo le prime quindici missioni, stufo di spendere dieci minuti alla ricerca del modulo giusto, ho salvato il file sul computer. Sbagliato. I moduli infatti cambiano di tanto in tanto - potrebbe essere una volta ogni dieci anni oppure una volta a settimana - e la copia salvata e compilata con fatica era diventata obsoleta. Ho dovuto ricominciare da capo. Pazienza, ho tempo, poiché come tutti sanno gli statali non fanno praticamente nulla ed è quindi giusto che il poco lavoro loro assegnato sia lungo, tedioso e tracciabile ripercorrendo lunghe trafile burocratiche attestate da pezzi di carta timbrati e archiviati in faldoni di cartone legati da fettucce di cotone, e normalmente seppelliti nei dungeon dell\u0026rsquo;ente, fosse mai passasse un controllo. E che cavolo. Almeno fanno qualcosa \u0026lsquo;sti statali!\nb) Compilazione del modulo di missione. Questa fase è complicata, il modulo ha diverse parti da riempire con dichiarazioni e richieste da mettere nero su bianco (e.g. «richiesta preventiva secondo quanto previsto dal D. M. MAE del 23/3/2011, pubblicato su G.U. n. 132 del 9/6/2011 relativa alle modalità di liquidazione della missione»). Ma di questo non mi lamento. Ricordo bene infatti quando a tredici anni andai con mio padre all\u0026rsquo;ufficio postale e lui mi insegnò a compilare un bollettino di pagamento su C/C. Mi sembrava difficile e inumano, poi ho capito come funzionava e mi sono abituato. E\u0026rsquo; un momento che ricordo con affetto ma che di fatto è stata la prima dose di burocrazia a cui mi sono in seguito assuefatto. Peccato, l\u0026rsquo;abitudine a queste vessazioni amministrative mi ha derubato della sensazione di stupore che provano il bambino, il ricercatore e lo psichiatra di fronte alla complessa perversione della mente umana.\nc) Consegna del modulo di missione. Quando, provenendo da altro ente di ricerca, iniziai questa nuova carriera, mi resi subito conto della complessità dei passi precedenti, ma confidavo nel fatto che una volta ottenuto e compilato il modulo, la strada fosse in discesa. Fui richiamato duramente alla realtà quando mi resi conto che il modulo aveva bisogno di: firma del direttore di sezione, firma del responsabile dei fondi e approvazione preventiva della spesa da parte delle segreterie competenti. Come tutti sanno, i fogli di carta non hanno le gambe. Ciò implica che la pratica, inclusa di diritto nell\u0026rsquo;insieme dei fogli di carta, deve essere accompagnata da me presso i vari uffici dove posso raccogliere le preziose firme e autorizzazioni. Non che una volta arrivato nell\u0026rsquo;ufficio io possa ottenere seduta stante una firma, sia ben chiaro. A seconda dei casi, devo interloquire con una segretaria, oppure lasciare la pratica per recuperarla il giorno dopo, oppure aspettare un po\u0026rsquo; che qualcosa dietro la porta accada per poi comunque lasciare la pratica e ritirarla il giorno dopo. Certo è un po\u0026rsquo; uno spreco di tempo, ma questo è giusto e io non devo osare lamentarmi, perché da impiegato statale non ho cose particolari da fare, a parte la coordinazione di un gruppo di lavoro internazionale per lo sviluppo di una infrastruttura innovativa per la condivisione dei dati delle scienze della terra, cosa che evidentemente posso fare nei ritagli di tempo durante il trasporto di pratiche tra un ufficio e l\u0026rsquo;altro.\nc.1) Casi particolari: non posso omettere, e lo dico chiaro e per esteso (tanto come ministeriale ho tutto il tempo che voglio per scrivere nel dettaglio cose che potrei sintetizzare in due righe se non - il più delle volte - in una parola o addirittura una sillaba come «si» o «mah»), che ci sono casi particolari in cui gli statali fanno anche volontariato. Ciò non include le classiche attività con disabili o vecchietti (categorie la cui mansuetudine e benevolenza è sovrastimata da chi non li frequenta) bensì il fare del bene ai propri colleghi e all\u0026rsquo;ente senza ricevere riconoscimenti aggiuntivi, come è capitato nella mia sezione dove un dipendente a me ignoto - questa sì è vera umiltà! - ha informatizzato l\u0026rsquo;iter burocratico per le missioni di concerto con il direttore di sezione. Sono fortunato: risparmio i dieci minuti per la ricerca del modulo e la mezza giornata per la caccia alle firme. Peccato che la procedura informatizzata è praticabile solo quando i fondi sono ospitati dalla sezione a cui si afferisce, e questo non è quasi mai il mio caso. Pazienza, continuerò a fare i miei giri. Ho tempo.\nd) La missione, finalmente. Il momento effettivo della missione è quello dove giustamente lo stato vigila più attentamente col suo paterno sguardo. E fa bene. Pensate quanti reati e peccati mi sono risparmiato! Infatti una fitta serie di regole tenta di tagliare alla radice ogni possibilità di frodare o ingrassarsi alle spalle dei contribuenti. Si vive quindi la missione con ansia, col pensiero costante di tenere tutti gli scontrini per il «rimborso a piè di lista», anziché con la libertà d\u0026rsquo;animo di chi deve concentrarsi su temi complessi, discussi in conferenze internazionali in una lingua diversa dalla propria (normalmente inglese), nel confronto con cervelloni provenienti da tutto il mondo. Al momento della cena, bisogna dare fondo a tutte le proprie capacità comunicative e linguistiche nello spiegare ai ristoratori di tutta Europa che si ha bisogno di uno scontrino a testa quando si va a cena in dieci, altrimenti le segreterie dell\u0026rsquo;ente potrebbero storcere il naso e annullare il rimborso. Bisogna sostenere con imbarazzo lo sguardo dei colleghi stranieri che ricevendo un abbondante forfait giornaliero e non sentendosi castrati nell\u0026rsquo;agire da regole asfissianti, mi guardano con stupore. Alcuni forse con pena o solidarietà. Ci si deve inoltre ricordare che si possono spendere al massimo circa sessanta euro al giorno totali per i due pasti. Questo se si è ricercatori. I tecnici possono invece arrivare sino a quaranta euro. Va da sé che per le trasferte in Danimarca o Norvegia i tecnici hanno tre opzioni: 1) fanno solo colazione prendendo cappuccino e cornetto a trenta euro. Con i dieci restanti si comprano le mentine; 2) digiunano tutto il giorno e a cena prendono una birra, un cous cous alle verdure - cavoli o melanzane importate dall\u0026rsquo;Italia - e un dolce (vanno forti le cheesecake indigeribili); 3) mettono in valigia pane, marmellata e scatolette di sgombro per la cena, e coi quaranta euro fanno una colazione completa anche con succo d\u0026rsquo;arancia.\nTornati a casa, i potenziali parassiti statali arrivano il Lunedì mattina in ufficio con buste piene di scontrini, carte di imbarco, fatture di hotel e biglietti di autobus pronti a dimostrare le spese sostenute e a chiudere finalmente la missione. Inizialmente trovavo questo passaggio ostico. Forse il più difficile della catena. Questo accadeva perché, accecato dalla mia brama pretendevo di rientrare completamente delle spese e - ancor peggio - con i sensi obnubilati dalla supponenza volevo capire il senso degli infiniti passaggi e categorizzazioni che ero e sono tuttora obbligato a fare. Per fortuna ho compreso le due chiavi per uscire psicologicamente incolume da questo procedimento.\nLa prima, è dimenticare la propria natura di esseri umani e convincersi di essere degli automi. Entrato in questa disposizione d\u0026rsquo;animo mi sono sorpreso a vedere me stesso, sereno, raccogliere e categorizzare ricevute, copiare a mano da un foglio all\u0026rsquo;altro le somme spese, spillare scontrini uno per uno evidenziando date, cercare e allegare carte d\u0026rsquo;imbarco, sommare il totale dei biglietti di autobus obliterati, ricordarmi assieme ai colleghi le vivande e le bevande consumate pro-capite defalcandole dall\u0026rsquo;unico scontrino di quella sera in cui, ahimè, non siamo riusciti a comunicare al cameriere che volevamo undici fatture separate.\nLa seconda chiave, è stata la scoperta di un foglio speciale, preziosissimo. Si chiama «relazione di missione» ed è il luogo dove posso autocertificare sotto mia propria responsabilità tutto ciò che il solerte burocrate, guidato dalla saggia mano del legislatore, non è stato in grado di prevedere. L\u0026rsquo;ho usato ad esempio l\u0026rsquo;ultima volta quando alle ore 23.00 dovevamo tornare in albergo dopo una cena a base di britannica materia grassa, non ricordo se stinco di porco, burro fritto o altro. In teoria avremmo dovuto prendere l\u0026rsquo;autobus, poiché la dispendiosa tentazione di prendere il taxi avrebbe potuto far gonfiare il nostro orgoglio (va giustamente evitata a tutti i costi: il taxi è solo per casi eccezionali, prescrive la regola), anche in Inghilterra dove ha prezzi ridicoli e preso da tre o più persone è certamente conveniente. Nella realtà eravamo stravolti dopo un giorno di viaggio e ore di conferenza, quindi dopo un rapido check-in in albergo ci siamo fiondati a cena prima che tutto chiudesse. Le ultime forze le ho allora spese per prenotare con lo smartphone un taxi di Uber, con spesa complessiva 7,46 pounds. Mi ha salvato la relazione di missione dove ho dichiarato che «a causa di dissesti nella strade adiacenti il tragitto dall\u0026rsquo;hotel al ristorante, che hanno determinato una limitazione delle corse degli autobus durante la giornata ed una loro completa soppressione a partire dalle ore 9.00PM GMT, il sottoscritto si è trovato costretto ad utilizzare un taxi per una spesa complessiva di pounds 7,46». Credo che nelle segreteria si stiano insospettendo, poiché nelle ore serali le strade erano dissestate anche nelle mie missioni ad Amsterdam, Utrecht, Bergen e Canicattì. Ma sono in una botte di ferro, sia perché ho auto-certificato, sia perché una delle segretarie è di Canicattì e si lamenta sempre delle buche e dei disservizi dei mezzi pubblici di questa metropoli.\nProprio ieri, in uno dei tanti momenti in cui da ministeriale quale sono non avevo nulla da fare (a parte rispondere alle 92 mail ricevute in giornata, scrivere due abstract, concludere due deliverables, coordinarmi con il collega tedesco per la conversione dei metadati di nove comunità per un totale di una decina di Terabyte di dati incomprensibili, fare un paio di teleconference per gestire la creazione delle WEB APIs, rispondere alla consultazione online sui principi FAIR indetta dello European Open Science Cloud, proseguire con l\u0026rsquo;articolo in sospeso e altri compiti assolutamente secondari) riflettevo sulla amorevole cura che il legislatore ha per la mia anima, e mi sono commosso. Ero scosso nel profondo. Nient\u0026rsquo;altro che un amore paterno e spassionato nei miei confronti può spingerlo a spendere tante energie per evitare anche la più remota possibilità che io rubi.\nFacendo infatti una media tra i paesi del sud e del nord Europa, in missione spenderò giornalmente 50 euro per i pasti e altri 20 per bus o taxi (quando il mio animo verte al Male e allo sperpero). Includendo spese di andata e ritorno dall\u0026rsquo;aeroporto di partenza e di arrivo, arriverò a spanne ad una spesa di 80 euro giornalieri. Esageriamo, facciamo 85!\nEcco, la nostra sopravvivenza in trasferta costa giornalmente 85 euro allo stato. Che poi non li spende lo stato ma l\u0026rsquo;Europa, perché sono fondi Europei. Ma fa lo stesso. Esso giustamente vigila perché io non dichiari spese eccessive che arrivino, chessò io, a 100 euro al giorno, che poi è la cifra forfettaria che i miei colleghi Olandesi percepiscono senza dover compilare alcun modulo. Ma no, no. Non ci voglio nemmeno pensare e anzi sono contento che ci sia una affidabile autorità che si periti di verificare nel dettaglio la spesa dichiarata, anziché rischiare di spendere un solo euro in più che magari va in tasca ad un parassita statale! In questo modo ho la coscienza pulita e il tetro albero della disobbedienza al settimo comandamento stende la sua ombra lontano da me.\nPurtroppo come è noto, il Male sussurra sempre all\u0026rsquo;orecchio delle anime pure come la mia, che non rubo quando vado in missione. E seguendo il nefasto ragionare, ho cominciato a domandarmi quanto questi incommensurabili frutti spirituali costino allo Stato.\nHo fatto due conti ed ho quindi realizzato che la mia paga oraria netta è di circa 11 euro/ora (lauree, dottorati e specializzazioni hanno sempre garantito, si sa, ricchezza e lusso). Ho poi scoperto che seguendo la procedura di missione completa impiego: dieci minuti per il recupero del modulo di missione, venti per la sua compilazione, un\u0026rsquo;ora e mezzo per la consegna e la collezione delle firme, due ore per la chiusura. Fanno circa quattro ore, equivalenti più o meno a 44 euro.\nSfortunatamente non sono il solo a lavorare sulla mia missione. Ci sono anche: le segretarie, che per i casi ordinari impiegano un\u0026rsquo;ora per controllare scontrini e verificare che la somma da impegnare sia disponibile, con un costo totale a carico dello stato di circa 10 euro; il direttore di sezione, che mediamente spende i suoi buoni venti minuti tra leggere, apporre firme e dirimere le frequenti controversie, con un costo totale stimato di 5 euro; il responsabile dei fondi che deve considerare se la missione è giustificata e apporre riflettendo la sua firma, ma lui ci mette solo dieci minuti: 3 euro. Aggiungo a questo computo anche un indicatore speciale che chiamo attention span factor, vale a dire il tempo bruciato per seguire la missione: le operazioni che effettuo per completare l\u0026rsquo;iter burocratico, infatti, anziché essere consecutive e condensate in un unico lasso temporale sono sparse qua e là nella giornata, e mi obbligano da una parte a interrompere le secondarie mansioni di cui sono responsabile (per esempio contribuire alla scrittura di un progetto da 6 milioni di euro che garantirà fondi per lo stipendio mio e dei miei colleghi precari), dall\u0026rsquo;altra a riportare l\u0026rsquo;attenzione agli importanti task burocratici e capire a che punto ero arrivato nell\u0026rsquo;iter. Tenendomi stretto, posso quantificare l\u0026rsquo;attention span factor in circa un\u0026rsquo;ora e mezza per missione. Costo totale approssimato: 16 euro.\nQuale commozione, quale sorpresa, quale sensazione di tepore interiore, quando mi accorgo che lo stato per sgominare il potenziale parassita che alberga in me spende quasi 80 euro per ogni missione!\nSolo l\u0026rsquo;orecchio pertinace nell\u0026rsquo;ascolto del malevolo sussurro potrebbe congetturare che invece di buttare 80 euro in burocrazia facilmente aggirabile da auto-certificazioni, richiesta di scontrini pompati ai ristoratori, auto-compilazione di ricevute che i tassinari forniscono in bianco, si potrebbe dare un forfettario di 100 euro giornalieri e chiuderla lì. Per altro usando gli strumenti base della matematica si può verificare che per missioni inferiori o uguali a quattro giorni (che sono la maggior parte), per le casse dello stato sarebbe più conveniente erogare una diaria forfait di 100 euro anziché continuare a sostenere il corrente folle iter per il rimborso documentato. Senza contare che almeno cinque persone sarebbero sollevate da compiti da scimmia e forse sarebbero meno frustrate.\nMa non sarò certo io a cadere nel diabolico tranello teso da queste elucubrazioni vuote e surrettizie! Anzi, mi ritengo proprio fortunato, io, e le mie giornate adesso sono sempre piene di effervescenti attività: le missioni mi danno un bel da fare e il ricordo di questo paterno, benevolo affetto da parte dell\u0026rsquo;autoritario e anonimo governatore, rende felici e densi anche quei momenti vuoti in cui io, impiegato statale nella ricerca, altrimenti non saprei cosa fare.\nNota 1: tutte le foto, a parte quella con il mazzo di soldi, ritraggono parassiti statali all\u0026rsquo;opera. Come si vede, coi soldi che gli diamo noi si fanno le vacanze gratis e indugiano in divertimenti immorali.\nNota 2: _Vorrei esprimere un ringraziamento (postumo purtroppo) ad Umberto Eco e al suo libro \u0026ldquo;Come viaggiare con un salmone\u0026rdquo;, a cui questo post è ispirat_o.\nHeader Photo by jesse orrico on Unsplash\n","date":"2018-07-21","image":"/news/sgominare-i-parassiti-statali/images/jesse-orrico-94169-unsplash_hu_c6986136f8e79239.jpg","month":"2018-07","permalink":"/news/sgominare-i-parassiti-statali/","summary":"Sono recentemente tornato da Edimburgo, città che oltre ad essere piovosa e pittoresca, ha ospitato una conferenza sui Virtual Research Environments, argomento oscuro ai più e soprattutto impossibile da spiegare a nonna quando mi chiede «Ma di che parlate quando fate queste riunioni?». Ora, quando dico «nonna» non fate l’errore di immaginare una novantacinquenne mansueta e rimbambita. Lei è semplicemente la punta di diamante di una generazione che ha attraversato - rinforzandosi - una guerra, il sessantotto, il boom economico, canale cinque, Mike Buongiorno, le soap opera e Young Signorino: è sveglia, ha sempre la risposta pronta, impossibile da ingannare, abile nel raggirare, arduo piegarla alla propria volontà. In pratica un caterpillar. E’ su questi soggetti che dovrebbero fare i film. Robocop e i supereroi della Marvel a confronto sembrano verginelle alla prima notte di nozze.\n","tags":["burocrazia","humour","pa","parassiti","pubblica-amministrazione","stato","umberto-eco","umorismo"],"title":"Come sgominare i parassiti statali"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"I\u0026rsquo;m particularly proud to share this nice work we did with the coordination of Luca Trani. I hope this will pave the way for future developments and official \u0026ldquo;acknowledgement\u0026rdquo; of the EPOS-DCAT-AP extension.\nAbstract Science benefits tremendously from mutual exchanges of information and pooling of effort and resources. The combination of different skills and diverse knowledge is a powerful capacity, source of new intuitions and creative insights. Therefore multidisciplinary approaches can be a great opportunity to explore novel scientific horizons. Collaboration is not only an opportunity, it is essential when tackling today’s global challenges by exploiting our fast growing wealth of data. In this paper we introduce the concept of Information-Powered Collaborations (IPC) — an abstraction that captures those requirements and opportunities. We propose a conceptual framework that partitions the inherent complexity of such dynamic environments and offers concrete tools and methods to thrive in the data revolution era. Such a framework promotes and enables information sharing from multiple heterogeneous sources that are independently managed. We present the results of assessing our approach as an IPC for solid-Earth sciences: the European Plate Observing System (EPOS).\nYou can access the full pdf here\n","date":"2018-07-16","image":"/news/new-paper-establishing-core-concepts-for-information-powered-collaborations/images/Schermata-2018-07-16-alle-17.23.38-1_hu_b6fa519270d4fcb.png","month":"2018-07","permalink":"/news/new-paper-establishing-core-concepts-for-information-powered-collaborations/","summary":"I’m particularly proud to share this nice work we did with the coordination of Luca Trani. I hope this will pave the way for future developments and official “acknowledgement” of the EPOS-DCAT-AP extension.\n","tags":["dcat-ap","epos","metadata","w3c"],"title":"New Paper: Establishing Core Concepts for Information-Powered Collaborations"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"A debate is currently active, mostly between some of the major players in the field of Virtual Research Environments, i.e. VRE4EIC and other European project teams. They are trying to define commonalities and differences among Virtual Research Environments (VRE), Science Gateways (SG) as used in North America and Virtual Laboratories (VL) as used in Australia_._ A general agreement was found on the definition of a VRE, that usually provides not only access to ICT services, data, software components and equipment but also provides a collaborative working environment for cooperation and supports the research lifecycle from idea to publication while also supporting research management and administration.\nHowever different positions are taken with respect to the SGs and VLs, considered both as synonyms or as different objects: SGs are mainly portals to access data and VLs provide a collection of datasets, software and computing resources for researchers to construct their own environment.\n[Originally published at https://www.epos-ip.org/top-tips-virtual-research-environments-science-gateways-and-virtual-laboratories]\nHEADER IMAGE Photo by Luca Bravo on Unsplash\n","date":"2017-06-29","image":"/news/virtual-research-environment-science-gateways-virtual-laboratories-whats-the-difference/images/luca-bravo-217276_hu_1726aa386f851634.jpg","month":"2017-06","permalink":"/news/virtual-research-environment-science-gateways-virtual-laboratories-whats-the-difference/","summary":"A debate is currently active, mostly between some of the major players in the field of Virtual Research Environments, i.e. VRE4EIC and other European project teams. They are trying to define commonalities and differences among Virtual Research Environments (VRE), Science Gateways (SG) as used in North America and Virtual Laboratories (VL) as used in Australia_._ A general agreement was found on the definition of a VRE, that usually provides not only access to ICT services, data, software components and equipment but also provides a collaborative working environment for cooperation and supports the research lifecycle from idea to publication while also supporting research management and administration.\n","tags":[],"title":"Virtual Research Environment, Science Gateways, Virtual Laboratories. What's the difference?"},{"categories":["job","ordinariabellezza","vita-viaggi"],"content":" This post is just an homage to my new Spanish friends. The story is pretty simple.\nI’ve found myself in Brussels because of my job, as it often happens. This time it was for one day only, so I got to Brussels the evening before the meeting, and I was around, alone. I then went for a beer (at the wonderful Delirium Café ) were I stumbled upon 3 Spanish people. You know, it was quite simple to get in touch with them. We - the Italians - and the Spanishes don’t have any particular probelm in gettin in touch with others and talk (on the contrary, often the problem is to make us stop talking… but that\u0026rsquo;s another story…). So, to make the long story short, the three Spanishes were part of a bigger group, coming mainly from Madrid and Extremadura (Merida). A group of friends who - once each year - take some days off in the Carnival period and go to one European city. Wonderful! Simply wonderful. I could practice my Spanish (which is not dead actually, even though the real mystery remains: where the heck did I learn Spanish? I can\u0026rsquo;t remember… but it doesn’t matter…). In the end we had a dinner together, and they were so nice that they even offered the dinner. Great!\nMy friends, you definitiely deserve a special hospitality in Rome. Please come soon!\nPS: Special greetings to Manolo and Manola!!\nUPDATE PPS: as evidenced by Nice, I maybe learnt Spanish in Escobar del Campos (joder!).\n","date":"2016-02-08","image":"/news/italia-espana-connection/images/IMG_20160208_222841_hu_d04d62d81db3b9e1.jpg","month":"2016-02","permalink":"/news/italia-espana-connection/","summary":" This post is just an homage to my new Spanish friends. The story is pretty simple.\nI’ve found myself in Brussels because of my job, as it often happens. This time it was for one day only, so I got to Brussels the evening before the meeting, and I was around, alone. I then went for a beer (at the wonderful Delirium Café ) were I stumbled upon 3 Spanish people. You know, it was quite simple to get in touch with them. We - the Italians - and the Spanishes don’t have any particular probelm in gettin in touch with others and talk (on the contrary, often the problem is to make us stop talking… but that’s another story…). So, to make the long story short, the three Spanishes were part of a bigger group, coming mainly from Madrid and Extremadura (Merida). A group of friends who - once each year - take some days off in the Carnival period and go to one European city. Wonderful! Simply wonderful. I could practice my Spanish (which is not dead actually, even though the real mystery remains: where the heck did I learn Spanish? I can’t remember… but it doesn’t matter…). In the end we had a dinner together, and they were so nice that they even offered the dinner. 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Il possesso di dati può essere in maniera abbastanza semplice correlato ad una ricchezza economica: le possibilità offerte dagli strumenti statistici e informatici di esplorare i dati (data mining) permette infatti di trarre informazioni preziose utilizzabili strategicamente in ambito economico. Questa azione, tra l\u0026rsquo;altro, viene promossa a livello intercontinentale (Stati Uniti ed Europa) con azioni che tendono a diffondere le politiche di open data, ovvero politiche che favoriscono l\u0026rsquo;apertura a tutti di tutti i dati (si vedano i due esempi italiani, a livello nazionale e regionale). Il flusso dei dati (lo stream) è altrettanto prezioso poichè attrae una grande quantità di utenti: è quello che succede su facebook quando si consulta la propria \u0026ldquo;bacheca\u0026rdquo; in cerca delle novità degli amici. Questo garantisce quindi una presenza costante di utenti, a cui è possibile veicolare messaggi pubblicitari e che possono inoltre essere in un certo modo \u0026lsquo;indirizzati\u0026rsquo; a contenuti di interesse (pubblicità, siti compravendita online ecc). In questo contesto prenderemo in esame gli aspetti più legati alla scienza.\n4.1 Opportunità collaborative offerte alla scienza\nAl giorno d’oggi infatti l’idea romantica di scienziato che solo nel suo laboratorio scopre e governa le leggi della materia e del cosmo è non solo obsoleta, ma inadeguata ad affrontare le sfide che la stessa scienza pone.\nLa scienza ha bisogno di team di scienziati che in maniera collaborativa lavorino insieme per raggiungere obiettivi. Questo è richiesto sia dall’incremento della mole di dati da annalizzare (impossibile per un singolo essere umano senza l’ausilio di un gruppo di ricerca coordinato e di mezzi tecnologici opportuni) sia dal carattere sempre più interdisciplinare che riveste la ricerca, la quale può trovarsi a trattare singoli temi da punti di vista diversi (si pensi solo al tema del DNA che riveste gli ambiti biologico, chimico, teorico, matematico, computazionale\u0026hellip;).\nTali considerazioni sono vere in particolar modo per i campi della scienza (diversi dagli studi in laboratorio o teorici) che effettuano monitoraggio e che quindi sono intrinsecamente legati ad aspetti sociali, collaborativi e di condivisione dei dati, come nel caso della sismologia e delle reti sismiche.\nInoltre, per come si configura oggi la prassi della ricerca scientifica, sovente legata a progetti di ricerca nazionali od europei, risulta quasi ovvia non solo l’utilità ma anche la necessità di strumenti sociali e collaborativi, con le caratteristiche descritte precedentemente, che promuovano il dialogo e lo scambio di informazioni tra soggetti che lavorano sullo stesso progetto.\n4.2 Rischi comunicativi\nI social media, tuttavia, presentano ancora delle sfide, in particolar modo per quanto riguarda i rischi comunicativi che possono essere brevemente elencati:\nPrivacy. La privatezza delle informazioni, specialmente se si tratta di dati sensibili o scientifici, è fondamentale e non sempre adeguatamente curata. UN tipico esempio, allo stato attuale, è dato da tutti i siti a cui è possibile \u0026ldquo;accedere tramite facebook\u0026rdquo;. Chi acconsente a queta azione fornisce infatti libero accesso a tutti i propri dati da parte del sito a cui si è acceduti \u0026ldquo;tramite facebook\u0026rdquo;, e le informazioni su questa perdita di privacy non sempre sono adeguatamente illustrate. Protezione tramite crittografia: insieme al miglioramento degli algoritmi di crittografia, c’è un aumento delle risorse per ‘craccare’ i dati protetti. Questa è una sfida in continua evoluzione. Fra pochi anni sarà possibile probabilmente scoprire password anche lunghe, e l\u0026rsquo;unica maniera per avere un accesso sicuro sarà fornire dati \u0026ldquo;più personali\u0026rdquo; non tutelando quindi adeguatamente la propria privacy. Incomprensione tra soggetti: sebbene le tecnologie dei SN e, più in generale, collaborative, promuovano e semplifichino la comunicazione, ci sono ancora aspetti culturali, personali e storici che possono complicare il processo comunicativo e che non sono affatto da sottovalutare, come risulta evidente nell’ambito di grandi progetti scientifici europei e , ancor di più, nelle collaborazioni pan-europee. In questa prospettiva, la collaborazione portata avanti attraverso incontri personali, conferenze, riunioni risulta ancora il mezzo più efficace per ragionare assieme in maniera produttiva e creativa. Il problema dello “SPAM”: un grosso problema da arginare è, inoltre, quello dei dati senza significato (il cosiddetto spam, nel gergo informatico utilizzato soprattuto in relazione alla posta elettronica indesiderata). Per questo motivo i metadati collegati al dato, che sono uno degli elementi fondamentali del web semantico, rivestono ora come mai una fondamentale importanza, poichè permettono di dare un significato ai dati e quindi rendono una macchina in grado di selezionare in maniera semplice 8e rapida) i dati di interesse da quelli \u0026lsquo;spazzatura\u0026rsquo;. Conclusioni\nIn conclusione, la scienza nell’era dei social media può trarre grande vantaggio da tutti gli aspetti collaborativi che i social network mettono a disposizione.\nEssa potrà esprimere al meglio le potenzialità di progresso di cui da sempre è stata foriera se saprà emendarsi dai timori collegati ai rischi dei social networks e sfruttarne al massimo le potenzialità collaborative e di aggregazione sociale che tali reti presentano.\n**************\nBene, questo breve excursus su scienza e social media è finito. Come al solito, ogni tipo di feedback è gradito tramite i commenti qui sotto.\nA presto!\nHEADER IMAGE Photo by jesse orrico on Unsplash\n","date":"2015-12-19","image":"/news/scienza-e-social-media-part-iv-the-end/images/jesse-orrico-60373_hu_85dc35d197dc832f.jpg","month":"2015-12","permalink":"/news/scienza-e-social-media-part-iv-the-end/","summary":"Dopo aver visto in un post precedente alcuni dei motivi tecnologici successo dei social networks, vediamo ora quale sia la nuova ricchezza in questa era social, e quali siano le opportunità e i rischi per la scienza in questo scenario.\n4 La nuova ricchezza: i dati e lo stream\nNello scenario sin qui mostrato, la nuova ricchezza è costituita quindi da una parte dai dati e dal loro possesso, dall’altra dalla possibilità di condividerli e di avere questo ‘flusso continuo’ (il cosiddetto ‘stream’) sempre aggiornato. Il possesso di dati può essere in maniera abbastanza semplice correlato ad una ricchezza economica: le possibilità offerte dagli strumenti statistici e informatici di esplorare i dati (data mining) permette infatti di trarre informazioni preziose utilizzabili strategicamente in ambito economico. Questa azione, tra l’altro, viene promossa a livello intercontinentale (Stati Uniti ed Europa) con azioni che tendono a diffondere le politiche di open data, ovvero politiche che favoriscono l’apertura a tutti di tutti i dati (si vedano i due esempi italiani, a livello nazionale e regionale). Il flusso dei dati (lo stream) è altrettanto prezioso poichè attrae una grande quantità di utenti: è quello che succede su facebook quando si consulta la propria “bacheca” in cerca delle novità degli amici. Questo garantisce quindi una presenza costante di utenti, a cui è possibile veicolare messaggi pubblicitari e che possono inoltre essere in un certo modo ‘indirizzati’ a contenuti di interesse (pubblicità, siti compravendita online ecc). In questo contesto prenderemo in esame gli aspetti più legati alla scienza.\n","tags":["big-data","facebook","google-plus","scienza","social-media","social-sciences","tecnology","tecnology-ict"],"title":"Scienza e social media - Part IV (the end)"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Dopo aver visto in un post precedente cosa siano i social network ed alcuni dei motivi sociali del loro successo, vediamo ora alcuni delle ragioni tecnologiche della loro immensa diffusione.\n3 Motivi tecnologici del successo dei Social Networks\nI bisogni descritti sopra hanno potuto, tuttavia, trovare soddisfazione almeno parziale anche e soprattutto grazie all’evoluzione tecnologica senza precedenti nella storia dell’umanità, che ha reso possibile la diffusione dei SN per mezzo di:\nInterfacce grafiche accattivanti e di facile utilizzo. Tale tema è vastissimo, mi limito ad alcuni accenni, come ad esempio l’esplosione del web 2.0. Esso è, in sintesi, un insieme di interfacce e di meccanismi che rendono l’esperienza di navigazione estremamente interattiva e personalizzata. Ciò è possibile con l’uso intensivo di insiemi di tecnologie e di standards come HTML5, CSS3, javascript. Esse integrano, oltre ad espetti esteticamente gradevoli, anche l’uso della georeferenziazione al fine di erogare i contenuti più adatti all’utente, assemblandoli con contenuti anche esterni e di terze parti di possibile interesse per l’utente. Tali nuove tecnologie comprendono protocolli asincroni che riducono i tempi di attesa apparente dell’utente, fornendo un elemento web alla volta e non obbligando l’utente ad aspettare il caricamento completo dei contenuti prima di visualizzare qualcosa; essi inoltre danno la sensazione singolare di “partecipare ad una esperienza” più che di “consultare dei contenuti”. Le interfacce grafiche, che ora includono messivamente animazioni, transizioni, modifiche dinamiche dell’aspetto dei contenuti (cf ad esempio le nuove specifiche per i fogli di stile CSS3) aumentano tale aspetto esperienziale. Supporto per grandi moli di dati. Volendo schematizzare con una pseudo equazione, potremmo scrivere molti utenti=molti dati. Il paradigma secondo cui i dati dovevano essere accentrati su una sola macchina si sta rivelando insufficiente per le applicazoini relative ai SN che hanno avuto una incredibile espansione anche grazie a basi di dati distribuite che consentissero un elevato thorughput di transazioni e la possibilità di replicazione, anche a scapito della consistenza in tempo reale che non si è rivelata fondamentale per molte applicazioni dei SN. Tali basi di dati sono spesso basate su paradigmi non relazionali, o no SQL, come ad esempio couchDB, mongoDB, Cassadra etc3 Incremento della banda. Un altro elemento che ha promosso la diffusione dei SN è l’aumento della banda di comunicazione, che permette il trasferimento di una mole sempre maggiore di dati e di un grande numero di transazioni al secondo, e quindi - osservandone l’aspetto concreto e quotidiano - consente agli utenti di stare collegati senza interruzione e di condividere la loro vita sui SN tramite foto, messaggi, notifiche di spostamento ecc. Fra qualche giorno analizzeremo quale sia la nuova ricchezza nel mondo dei social e quali siano le opportunità che ssa fornisce alla scienza\u0026hellip; stay tuned.\nE per qualsiasi domanda, lascia un commento qui sotto.\nCITAZIONI\n3 per la consistenza e i database non relazionali si veda “CAP theorem” su wikipedia o su “couchDB, the definitive Guide”\nHEADER IMAGE Photo by Samuel Zeller on Unsplash\n","date":"2015-12-17","image":"/news/scienza-e-social-media-part-iii/images/samuel-zeller-158996_hu_5ba8229b14064e30.jpg","month":"2015-12","permalink":"/news/scienza-e-social-media-part-iii/","summary":"Dopo aver visto in un post precedente cosa siano i social network ed alcuni dei motivi sociali del loro successo, vediamo ora alcuni delle ragioni tecnologiche della loro immensa diffusione.\n3 Motivi tecnologici del successo dei Social Networks\nI bisogni descritti sopra hanno potuto, tuttavia, trovare soddisfazione almeno parziale anche e soprattutto grazie all’evoluzione tecnologica senza precedenti nella storia dell’umanità, che ha reso possibile la diffusione dei SN per mezzo di:\n","tags":["big-data","facebook","google-plus","scienza","social-media","social-sciences","tecnology","tecnology-ict"],"title":"Scienza e social media - Part III"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Dopo aver introdotto l\u0026rsquo;argomento in un post precedente, passiamo al cuore del tema: cosa sono i social network ed i motivi sociali del loro successo.\nCos’è un social network Un social network (SN da ora in poi), o rete sociale, è una piattaforma informatica generalmente accessibile tramite world wide web (www) che permette ad utenti e gruppi di utenti di interagire condividendo informazioni e dati. Tali reti sono normalmente tematiche (ad esempio dedicate alla musica, o alle scienze, o all’amcizia etc) anche se allo stato dell’arte le più diffuse, come facebook, tendono ad integrare utenti ed interessi diversi.\nIn un SN si possono condividere informazioni personali, sulla propria vita passata, sui propri interessi, sulle attività che si stanno svolgendo, generalmente in tempo reale. Un SN permette anche la condivisone di materiale multimediale (foto, video ecc).\nAlcuni SN permettono inoltre all’utente di condividere in maniera collaborativa dei file di tipo office (documenti, presentazioni, fogli di calcolo ecc) tramite servizi affiliati; si veda ad esempio google drive, accessibile facilmente se si ha un account google che dà accesso al SN Google Plus.\nMotivi sociali del successo dei Social networks Pur senza essere un sociologo, mi è possibile mettere in luce un sotto-insieme delle dinamiche puramente umane che contribuiscono alla diffusione inarrestabile dei SN:\nBisogno di socialità dell’essere umano, a cui i SN offrono un succedaneo, rispetto alle relazioni reali, che tuttavia pare coinvolgere e soddisfare molte persone possibilità di comunicare e scambiare informazioni e dati in maniera immediata e semplice (cf. prossimo post) possibilità di essere visibili, farsi conoscere dal mondo estrema “democraticità” dei SN, per cui la visibilità di un singolo utente non viene decisa da organismi superiori ma democraticamente costruita dalla “mandria elettronica”[1] bisogno di conoscenza, una delle necessità psichiche dell’essere umano, che può presentarsi in maniera polimorfa: necessità di conoscenza scientifica, necessità di conoscenza di notizie, curiosità per il sapere**[2]** per ultimo aggiungo un aspetto socio-economico: l’accesso di molti utenti ad un unico portale può costituire motivo di ricchezza e di profitto, perciò viene promosso, facilitato ed incentivato dall’industria pubblicitaria e da altri soggetti economici come vedremo meglio nel prossimo post Fra qualche giorno analizzeremo alcuni dei motivi tecnologici del loro successo\u0026hellip; stay tuned.\nE per qualsiasi domanda, lascia un commento qui sotto.\nCITAZIONI\n[1] Per la definizione di “mandria elettronica” si veda l’interessante saggio di TLFriedman “Le radici del futuro. La sfida fra la Lexus e l\u0026rsquo;ulivo: che cos\u0026rsquo;è la globalizzazione e quanto conta la tradizione”\n[2] Sui bisogni psichici dell’essere umano si vedano le teorie di Maslow o anche testi più recenti come “Amori difficili” di T.Cantelmi e R.Barchiesi\nHEADER IMAGE Photo by Sabri Tuzcu on Unsplash\n","date":"2015-12-15","image":"/news/scienza-e-social-media-part-ii/images/sabri-tuzcu-182689_hu_156b0e92fbf16fce.jpg","month":"2015-12","permalink":"/news/scienza-e-social-media-part-ii/","summary":"Dopo aver introdotto l’argomento in un post precedente, passiamo al cuore del tema: cosa sono i social network ed i motivi sociali del loro successo.\nCos’è un social network Un social network (SN da ora in poi), o rete sociale, è una piattaforma informatica generalmente accessibile tramite world wide web (www) che permette ad utenti e gruppi di utenti di interagire condividendo informazioni e dati. Tali reti sono normalmente tematiche (ad esempio dedicate alla musica, o alle scienze, o all’amcizia etc) anche se allo stato dell’arte le più diffuse, come facebook, tendono ad integrare utenti ed interessi diversi.\n","tags":["big-data","facebook","google-plus","scienza","social-media","social-sciences","tecnology","tecnology-ict"],"title":"Scienza e social media - Part II"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Sono passati poco più di dieci anni da quando uno studente della Harvard University ha gettato le basi per quello che - allo stato dell’arte - è il network che quasi automaticamente viene associato all’espressione “social network”: Facebook.\nM.Zuckerberg - questo è il nome dell’oramai ex-studente, novello milionario - ha saputo farsi portavoce e interprete dell’aspetto sociale della rete, che ha favorito in un tempo relativamente ridotto, se paragonato alle centinaia di migliaia di anni che ci sono voluti all’uomo per introdurre ad esempio l’uso del ferro, una diffusione enorme e capillare dell’utilizzo dei computer e, più nello specifico, del web.\nFacebook tuttavia può essere considerato solo un caso d’uso del concetto più esteso di social media, che ha assunto le forme più diverse a seconda dell’ambito di interesse degli utenti: si passa quindi da network integrati simili a Facebook come Google plus, a network di utenti esperti che collaborano a costruire conoscenza (es. wikipedia e tutti i suoi wiki-derivati) o a rispondere a domande di meno esperti (es. la comunità di stackexchange), oppure - ancora - a network dedicati ai messaggi brevi (twitter) e network rivolti alla scienza in modo più specifico.\nTra questi ultimi possiamo citare:\n- Mendeley.com, una comunità che permette di condividere e catalogare le proprie pubblicazioni scientifiche, anche tramite l’utilizzo di software di catalogazione gratuito e scaricabile\n- Researchgate e Academia, due social network che in maniera simile a Facebook permettono di condividere il proprio stato, aggiungere informazioni personali, in particolare quelle relative alla propria carriera scientifica, ed il curriculum.\nTratterò le opportunità collaborative offerte dai social media, approfondendo nei prossimi post i seguenti punti:\ncosa sia un social network\nmotivi sociali del successo dei social networks (d’ora in poi SN)\nmotivi tecnologici del loro successo\nla nuova ricchezza introdotta dai Social Network: i dati e lo stream\nFra pochi giorni cominceremo con i primi due paragrafi: cosa sono i social network e motivi sociali del loro successo\u0026hellip;. stay tuned.\nE per qualsiasi domanda, lascia un commento qui sotto.\nHEADER IMAGE Photo by NASA on Unsplash\n","date":"2015-12-13","image":"/news/scienza-e-social-media-part-i/images/nasa-43563_hu_7acb3927c00e6ca7.jpg","month":"2015-12","permalink":"/news/scienza-e-social-media-part-i/","summary":"Sono passati poco più di dieci anni da quando uno studente della Harvard University ha gettato le basi per quello che - allo stato dell’arte - è il network che quasi automaticamente viene associato all’espressione “social network”: Facebook.\nM.Zuckerberg - questo è il nome dell’oramai ex-studente, novello milionario - ha saputo farsi portavoce e interprete dell’aspetto sociale della rete, che ha favorito in un tempo relativamente ridotto, se paragonato alle centinaia di migliaia di anni che ci sono voluti all’uomo per introdurre ad esempio l’uso del ferro, una diffusione enorme e capillare dell’utilizzo dei computer e, più nello specifico, del web.\n","tags":["big-data","facebook","google-plus","scienza","social-media","social-sciences","tecnology","tecnology-ict"],"title":"Scienza e social media - Part I"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"In a previous post we introduced the importance of communication within the context of European funded Projects, and we defined three different modules to establish an efficient communication:\nA) Internal Communication Tools B) Communication Activities C) Website After describing the list of tools for internal communication, we will now deal with the Communication Activities and the website.\nWhy do we need Communication activities? They are the core of internal (among project members) and external (external stakeholders) communication, and define how the various actors of the projects (project members, scientists, external stakeholders, funding agencies, common citizens etc.) communicate. They are usually explained all through the Communication Plan.\nAn approach which seems to be quite effective, in order to define the communication activities in the Communication Plan, is the following:\nDefine general Objectives For each objective, define a clear, pragmatic and concrete sub-objective For each sub-objective, describe Who are the actors involved Who are the means of communication Define Key Performance Indicators (KPI) to evaluate the effectiveness of the action I\u0026rsquo;ll make it more clear by means of an example: let\u0026rsquo;s assume that your project includes the participation of Small Medium Enterprises (SME). We have then the following schema:\nObjective: involvement of SME; Sub-Objective1: Participation of SME to project events; Actors: Project Management Office (PMO), SME representative Action1: PMO invites SME to project\u0026rsquo;s events by means of email invitations KPI for Action1: number of invites / number of participants ratio Action2: Ask to SME to contribute with talks/ presentations to the event/conference KPI for Action2: number of talks by SME representatives Sub-Objective2: Keep SME updated about project\u0026rsquo;s news; Action1: send monthly newsletter to SME by email KPI for Action1: number of clicked links from the email Action2: \u0026hellip;. KPI for Action2: \u0026hellip;. Sub-Objective3: produce documentation about common work; Action1: \u0026hellip; KPI for Action1: \u0026hellip; Well\u0026hellip; got the idea?\nOf course a list of tools (means of communications) should be also provided, at it may include\nNewsletters Social network activities Videos Interviews \u0026hellip; It is not simple to enumerate them. Their necessity and usability really depends on the type of projects and its goals. In addition, it is really an activity for which some expertise in communication is needed. With respect to this, the best suggestion would be to get in touch with some serious communication company, used to work in EU projects.\nThe website: a must The purpose of the website is usually to disseminate project\u0026rsquo;s relevant information to all stakeholders. The website shouldn’t contain reserved material but only publicly accessible material (e.g. documents and presentations external or internal stakeholders, images for press review).\nAnd socials? The website should include also news and interactions from social networks. However the website should be simple enough to allow almost anyone with basic IT skill to add pages, articles, images.\nWhich technology?\nA simple CMS (content Management System) software based on standard LAMP technologies (Linux Apache MySQL PHP) is the most reasonable solution: many popular solutions exist such as Wordpress, Joomla, Drupal etc. would be preferable. To be web 2.0 compliant the layout template could be based on a CSS3 framework such as Bootstrap, Foundation, Sass as such infrastructures provide cross-browser compatibility on desktop and mobile devices.\nUsers \u0026amp; editors\nWe plan to have up to five content editors (i.e. CMS users), their access credentials will give them editing capabilities on various subsections of the Web site; they must be able to:\ncreate new pages and update existing content pages. rename existing pages or move them around the site hierarchy structure, site navigation should auto-update accordingly set publish/unpublish dates for documents upload set of images and add a public viewing gallery for them into any page edit content boxes appearing in splash / summary pages, or in side columns The editors will need to be fully formed on all the tools available in the CMS; probably via a initial dedicated hands-on seminar ( e.g. three or four 2-hours sessions).\n..and some extras\u0026hellip;.\nThe management of the Website will also need prompt CMS software update, performance and security monitoring, full management of the SQL database, we might need extra Database tables and CMS tools (PHP snippets based on the CMS API), traffic stats monitoring (Google Analytics).\nThat\u0026rsquo;s all folks Now we get to the conclusion. I\u0026rsquo;ll tell you a secret: contents of those two posts were actually taken out from a work I did in order to select a company to support our project i communication activities. And it seems to work.\nOf course, these are just some ideas which need some (much) refinement.\nHowever having seen that - unfortunately - the communication activities in EU projects are sometimes decoupled by the the wealth of knowledge about communication (widely used - on the contrary - for commercial purposes), those two posts want to be a startup guide to dive into the matter of communication in EU projects.\nComments and feedbacks are more than welcome. And please share your experience.\nEU aims at competition, it\u0026rsquo;s true, but sharing information about those \u0026ldquo;hidden challenges\u0026rdquo; will help everybody to design and run better projects for a better science.\nHEADER IMAGE Photo by Pavan Trikutam on Unsplash\n","date":"2015-09-21","image":"/news/communication-and-dissemination-for-european-projects-2/images/pavan-trikutam-1660_hu_c3793f6839a4407f.jpg","month":"2015-09","permalink":"/news/communication-and-dissemination-for-european-projects-2/","summary":"In a previous post we introduced the importance of communication within the context of European funded Projects, and we defined three different modules to establish an efficient communication:\nA) Internal Communication Tools B) Communication Activities C) Website After describing the list of tools for internal communication, we will now deal with the Communication Activities and the website.\nWhy do we need Communication activities? They are the core of internal (among project members) and external (external stakeholders) communication, and define how the various actors of the projects (project members, scientists, external stakeholders, funding agencies, common citizens etc.) communicate. They are usually explained all through the Communication Plan.\n","tags":["communication","eu-projects","europe","projects","working-package","wp2"],"title":"Communication and Dissemination for European Projects (#2)"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Communication is often considered a structural pillar in several domains. Of course commercial domain makes wide use of any kind of communication \u0026ldquo;tool\u0026rdquo; (e.g. social networks, communication techniques as \u0026ldquo;story telling\u0026rdquo;, or the old well-known commercial ads) in order to engage users and - in the end - increase profit. However the importance of Communication has been recognised as relevant also in the field of science, and in particular of the Science Projects funded by the European Community.\nDocuments like Communicating EU research and innovation: guidance for project participants demonstrate how serious this issue has been taken by the EU.\nIn addition, almost all EU projects I\u0026rsquo;ve come across, include a Communication Working Package.\nThis issue - or better this challenge - needs at least two ingredients to be properly tackled:\na good Communication Plan the know how and technical tools which are, in the end, the substance of the communication itself. They include all the technical tools (e.g. teleconferencing tools) and best practices which must be used to carry on an effective communication based on the communication plan. In this post I\u0026rsquo;ll deal with the second aspect, reporting the experience we had in the context of the EPOS european project and providing some thoughts, guidelines and - most importantly - our experience about the creation of all the tools we needed to set up an efficient communication.\nWe called it Communication \u0026amp; Management Toolkit. HEADER IMAGE Di Sceptre (Opera propria) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons\nWhat is a Communication and Management Toolkit? We consider a communication toolkit as the bundle of technical tools and approaches to properly deal with the Communication - and sometimes Management - of a European project.\nCommunication is intended both as internal communication (among project\u0026rsquo;s members and stakeholders) and project\u0026rsquo;s communication with external stakeholders, also known as dissemination and outreach.\nWe defined three different modules to establish an efficient communication:\nA) Internal Communication Tools B) Communication Activities C) Website Although the website is somehow included in the communication activities, it deserves a special place, especially when such services are required to private companies needing details and clear view about the IT tools to be set up (BTW it will simplify also the drafting of the quotation).\nIn the following sections, we will describe the three modules.\nA. Internal communication tools For internal communication, what is basically needed is a collaborative area, a so called “intranet”, where:\nAll relevant information for project\u0026rsquo;s members only are shared (e.g. important dates, internal documents, internal discussions) Communication to and from specific groups of the project internal members is simple and straightforward Usage is simple enough so that also non skilled users can take advantage of it Some commercial tools exist already. Some examples are active.collab, Asana, Basecamp and many other. When I was using and testing them, the main feeling was that they were shaped on the commercial domain and could work well for a company. However when working with scientists, who (rightly) do their work without dealing with (and without caring about) all the complex tasks / activities / deliverables and whatsoever mess of organizational things, those tools hardly work. Users (scientists) simply go on using mailing list and sending around word documents. Some update has been done with the advent of Google Docs (Google Drive), but the bulk of the users do not want to loose too much time with complex IT tools.\n..and so..?\nSo one of the best approach seemed - so far - to create an ad-hoc integrated environment with all the tools that scientists are used to (and that already use as single \u0026lsquo;apps\u0026rsquo;: for example skype, mailing lists, shared google docs repositories etc.) with a single sign-on which give access to the bundle of tools in a simple way.\nHere comes a selection of the minimal set of tools to integrate in order to carry on an effective communication:\nMailing lists \u0026amp; Forums: they are intended to facilitate the communication to and from groups of project members (e.g. within a Working Package, among WP leaders, etc.). Forums and mailing list can be interlinked so that any message in the mailing list is redirected to the forum and vice-versa. IN this way also later-added users can have track of all the messages (with attachments) so far. Files and images repository: a common area for uploading/downloading files and exchange them with members and stakeholders. It is also a fundamental tool to store and categorize images and other dissemination material. This tool should support permissions (some pages should be available to the general public without writing rights). According to the community needs (number of envisioned files, average size of each file etc), this tool may require a good amount of starage space (e.g. 3 Terabytes). Examples: Owncloud, Pydio are the 2 interesting candidates to manage this. Shared calendars: to keep track and disseminate relevant events for project members. Possibly linked to Google calendars which are often in use in many projects. Wiki: this can be used as a place where information are organized and simple to discover. This tool should support permissions (some pages should be available to the general public without writing rights). Example: Mediawiki software is the de-facto standard in this realm. Events organization: this is a tool to organize meetings, events and conferences. It should handle all the aspect of a conference/meeting: program, user registration, deadlines, document submission, dissemination of relevant material etc. Example: Tools like Indico (done by the guys from CERN http://indico.github.io/ ) seems to do the job greatly. Teleconferencing tools: For this purposes some good quality tools (Screen sharing, multi-user, document exchange, private chat etc.) are available, for instance Adobe connect or Webex. Needed features are Screen sharing, 10+ active participants, public, unrestricted viewing stream easily embeddable in HTML pages, document exchange, private chat, auto-recording of conference. Given the above feature set, Webinars can also be managed. After some year of experience, good choices seems to be: 1) Adobe Connect: works well but little bit expensive (2 hosts, up to 25 participants: c.ca 1000€ per year), 2) Web Ex: works well but somebody reported some issues (25 participants, 500 € per year), 3) Google Hangout: works well but somebody finds it a little tricky (15 participants, ridiculous price – c.ca 100€ per year). As said, this is just a minimal set of tools to enable internal communication. Your project may require special additional tools. For instance, if your keyword is organization, then some tool to keep track of the deadlines, tasks, activities etc. could be very useful (the latest - Luca thanks! - I stumbled upon is wrike.com). Or, if you focus on training and interactive teaching experiences for internal members, tools like Moodle could do the job.\nIn the next post we will explore the other two components of the Communication \u0026amp; Management toolkit: Communication Activities and Website.\n","date":"2015-09-10","image":"/news/communication-and-dissemination-for-european-projects-1/images/Europe_flags_hu_fa303aabda66dea9.png","month":"2015-09","permalink":"/news/communication-and-dissemination-for-european-projects-1/","summary":"Communication is often considered a structural pillar in several domains. Of course commercial domain makes wide use of any kind of communication “tool” (e.g. social networks, communication techniques as “story telling”, or the old well-known commercial ads) in order to engage users and - in the end - increase profit. However the importance of Communication has been recognised as relevant also in the field of science, and in particular of the Science Projects funded by the European Community.\nDocuments like Communicating EU research and innovation: guidance for project participants demonstrate how serious this issue has been taken by the EU.\nIn addition, almost all EU projects I’ve come across, include a Communication Working Package.\nThis issue - or better this challenge - needs at least two ingredients to be properly tackled:\na good Communication Plan the know how and technical tools which are, in the end, the substance of the communication itself. They include all the technical tools (e.g. teleconferencing tools) and best practices which must be used to carry on an effective communication based on the communication plan. In this post I’ll deal with the second aspect, reporting the experience we had in the context of the EPOS european project and providing some thoughts, guidelines and - most importantly - our experience about the creation of all the tools we needed to set up an efficient communication.\nWe called it Communication \u0026 Management Toolkit. HEADER IMAGE Di Sceptre (Opera propria) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons\n","tags":["communication","dissemination","eu","europe","projects","working-package"],"title":"Communication and Dissemination for European Projects (#1)"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"The second episode of metadata and brokering. Topics covered: 1. additional definition (ontology, relational database and others) 2. the wide picture: What\u0026rsquo;s the data fabric, data fabric elements from Research Data Alliance (RDA) and possible concrete implementations of RDA guidelines.\n","date":"2015-06-23","image":"/news/metadata-and-borkering-a-modern-approach-2/images/Schermata-2015-06-12-alle-23.52.25_hu_d0501f45d0fd202d.png","month":"2015-06","permalink":"/news/metadata-and-borkering-a-modern-approach-2/","summary":"The second episode of metadata and brokering. Topics covered: 1. additional definition (ontology, relational database and others) 2. the wide picture: What’s the data fabric, data fabric elements from Research Data Alliance (RDA) and possible concrete implementations of RDA guidelines.\n","tags":[],"title":"Metadata and Borkering - a modern approach #2"},{"categories":["job","ordinariabellezza","vita-viaggi"],"content":"\u0026hellip;ma anche gli uomini, i bambini, gli anziani\u0026hellip; insomma tutti, anche noi (io e Lucignolo, il mio cicerone di fiducia nelle trasferte estere).\nOra la domanda è: perché tutte questa speciale attenzione al polpaccio sebinonelico? E\u0026rsquo; una caratteristica dei portoghesi? (bho\u0026hellip; forse) E\u0026rsquo; semplicemente una mia fissa? (si lo è, ma questo è un altro discorso) E\u0026rsquo; la moda dell\u0026rsquo;anno? (non mi pare)\nLa risposta è che l\u0026rsquo;attenzione a questa parte del corpo affonda le sue radici in una esperienza inizialmente straziante: immaginate di arrivare la mattina dall\u0026rsquo;aeroporto, coi mezzi pubblici, armati trolley (eh\u0026hellip;sono finiti i bei tempi dello zaino da inter-railer) e di scoprire che la strada dal tram all\u0026rsquo;alloggio si sviluppa in direzione quasi verticale. Sulle prime sembra uno stradello in salita pieno di sanpietrini, poi ci si rende conto che il sanpietrino - già giurato nemico del trolley che per non sganganare le rotelle deve essere caricato sulle spalle - si esaurisce gradualmente in una serie illimitata di gradini.\nGradini. Scale. Corrimano. Cordoli di marmo. E ancora altri gradini. Scalette. Rialzi. Curvette. Sanpietrini. Rientri. Sbalzi. Gradinate. Scalinate.\nLa strada verso casa si sviluppa attraverso quegli angusti e caratteristici vicoli che affiancano case piastrellate di maioliche, porte che si aprono su edifici instabili, piazzette con \u0026rsquo;locals\u0026rsquo; al bivacco. E mentre il fiatone mi rende cianotico cerco di ammirare questo bundle di bellezza.\nArrivato sulla soglia dell\u0026rsquo;alloggio abbandono pesantemente la valigia sul terreno sanpietrinoso e mentre mi appoggio allo stipite del portone per riprendere fiato e lasciare che il sangue defluisca nuovamente verso le gambe per irrorare i polpacci, il mio collega mi informa che siamo al terzo piano. Senza ascensore ovviamente.\nRassegnato alla mia sorte, pronto ad installare un pace maker una volta rientrato a Roma, mi avvio per l\u0026rsquo;ultimo brano della mia ascesa, giurando di non muovermi più per altre 48 ore.\n\u0026hellip;E infatti nemmeno un\u0026rsquo;ora dopo - tempo di una doccia - rieccoci fuori a battere inesorabilmente le strade di Lisbona, evitando come la peste i luoghi ingolfati da turisti.\nChilometri a piedi su e giù per le scale di Lisbona, miglia a promenarsi along infinite alleys, per tutti i cinque giorni di trasferta. Sempre trasportandosi il peso della fatica della giornata di lavoro sulle spalle, manco fosse l\u0026rsquo;Armadillo di Zerocalcare. Visto che il tempo a mia disposizione si sta esaurendo, indico solo due posti davvero carini e allego un po\u0026rsquo; di foto delle sante scale lisboniche.\n1. Il cinese illegale Un posto che ti chiedi: come hanno fatto a pensarci? Come gli è venuto in mente? Si tratta di una casa normalissima, in cui i muri sono stati buttati giù per fare spazio\u0026hellip; ad un ristorante cinese. Tutto ovviamente illegale: si entra da un normale portone, si salgono le scale, si arriva nella sala coi tavolini. Un posto fuori dal mondo, con cibo buono. Ma il cinese è sempre cinese, e la notte er fritto s\u0026rsquo;è fatto sentì! Ecco un post carino che indica come arrivarci\n2. Chapito a Mesa Vabbè, qui si tratta un grande classico: il pubbetto che fa anche cene, un posto carino\u0026hellip; ma aspetta. Da dove si entra? Si tratta in realtà di un centro culturale in cui si fanno spettacoli e performances artistiche. I prezzi sono buoni, il luogo caratteristico\u0026hellip; e poi insomma, ve lo googlate e ne parlano in tanti, senza che mi ripeto :)\nBene mi pare tutto e posso anche salutarvi.\nA proposito: alla fine della trasferta i polpacci mi si sono rivitalizzati, zompavo grillescamente su e giù per le scalinate, il fiato si era fatto più lungo e i polmoni avevano riacquisito la loro originale capacità volumetrica. Bell\u0026rsquo;allenamento, \u0026lsquo;ste scale.\n[gallery type=\u0026ldquo;rectangular\u0026rdquo; size=\u0026ldquo;medium\u0026rdquo; ids=\u0026ldquo;2349,2350,2351,2352,2353,2354,2355,2356,2357,2358,2359,2360,2361,2362,2363,2364,2365,2366\u0026rdquo; orderby=\u0026ldquo;rand\u0026rdquo;]\n","date":"2015-06-10","image":"/news/le-donne-di-lisbona-hanno-bei-polpacci/images/IMG_20150520_190101_hu_67cd8f025c3222e7.jpg","month":"2015-06","permalink":"/news/le-donne-di-lisbona-hanno-bei-polpacci/","summary":"…ma anche gli uomini, i bambini, gli anziani… insomma tutti, anche noi (io e Lucignolo, il mio cicerone di fiducia nelle trasferte estere).\nOra la domanda è: perché tutte questa speciale attenzione al polpaccio sebinonelico? E’ una caratteristica dei portoghesi? (bho… forse) E’ semplicemente una mia fissa? (si lo è, ma questo è un altro discorso) E’ la moda dell’anno? (non mi pare)\nLa risposta è che l’attenzione a questa parte del corpo affonda le sue radici in una esperienza inizialmente straziante: immaginate di arrivare la mattina dall’aeroporto, coi mezzi pubblici, armati trolley (eh…sono finiti i bei tempi dello zaino da inter-railer) e di scoprire che la strada dal tram all’alloggio si sviluppa in direzione quasi verticale. Sulle prime sembra uno stradello in salita pieno di sanpietrini, poi ci si rende conto che il sanpietrino - già giurato nemico del trolley che per non sganganare le rotelle deve essere caricato sulle spalle - si esaurisce gradualmente in una serie illimitata di gradini.\n","tags":[],"title":"Le donne di Lisbona hanno bei polpacci..."},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Recentemente ho scoperto il portale #italiasicura, che viene definito come\nLa mappa dei cantieri antidissesto, i nuovi dati aperti con le opere contro frane e alluvioni comune per comune e lo stato delle emergenze regione per regione.\nMi pare un tool interessante da vari punti di vista. Certamente è anche una operazione politica per dimostrare cosa il governo sta facendo. Ma senza entrare nel merito, mi pare comunque che si tratti di un tool ben fatto, con statistiche interessanti (sapevate ad esempio che i danni subiti dal patrimonio pubblico e privato ammontano a c.ca 3Miliardi di euro?).\nAltri due aspetti interessanti\n1 Openadata ISTAT, Protezione civile e ISPRA sono i tre fornitori di dati per questo tool. Ma attenzione, i dati sono tutti OPEN! Finalmente quindi un tool che aggrega dati open \u0026ldquo;sparsi\u0026rdquo; per la rete\u0026hellip; l\u0026rsquo;auspicio è che presto altre istituzioni pubbliche accettino la sfida dell\u0026rsquo;open data aprendo i loro archivi in maniera intellegibile anche a delle macchine (@INGV ci riusciremo?). http://mappa.italiasicura.gov.it/#/opendata\n2. Opensource I creatori di questo tool meritano un po\u0026rsquo; di complimenti: osservando la lista dei tool opensource usati risulta evidente che non si sono fissati e focalizzati su una tecnologia (quello che chiamo il geek approach) ma hanno usato un approccio modulare usando tecnologie diverse per scopi diversi. Quindi per far girare il portale si passa da tecnologie basate su python a Java, javascript, openlayers\u0026hellip; insomma, tanti \u0026ldquo;oggetti tecnologici\u0026rdquo; tutti ben integrati. Complimenti! http://mappa.italiasicura.gov.it/#/opensource\nConcludendo Complimenti per il tool, almeno dal punto di vista tecnico. L\u0026rsquo;auspicio? Che si possa sfruttare ancora di più l\u0026rsquo;opendata e che le istituzioni \u0026ldquo;aprano\u0026rdquo; i loro archivi in maniera efficiente (no fuffa, please).\nhttp://mappa.italiasicura.gov.it/\n","date":"2015-06-03","image":"/news/italiasicura/images/logo-big_hu_9b3a787cc511c297.png","month":"2015-06","permalink":"/news/italiasicura/","summary":"Recentemente ho scoperto il portale #italiasicura, che viene definito come\nLa mappa dei cantieri antidissesto, i nuovi dati aperti con le opere contro frane e alluvioni comune per comune e lo stato delle emergenze regione per regione.\nMi pare un tool interessante da vari punti di vista. Certamente è anche una operazione politica per dimostrare cosa il governo sta facendo. Ma senza entrare nel merito, mi pare comunque che si tratti di un tool ben fatto, con statistiche interessanti (sapevate ad esempio che i danni subiti dal patrimonio pubblico e privato ammontano a c.ca 3Miliardi di euro?).\n","tags":[],"title":"#italiasicura"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"RDA stands for Research Data Alliance. It is a nice group of people who are meeting and discussing together in order to do something very close to what led to the establishment of the TCS/IP stack in the 70\u0026rsquo;s, but for the data. In a scenario where there are not agreed directives to manage, use, re-use, produce, store and curate the data, RDA wants to establish some order and structure in all that. So they have organized discussion, Request For Comments (RFC), suggestions about best practices, guidelines documents\u0026hellip; and other initiatives which are now going on.\nResearch Data Alliance also has some \u0026ldquo;political influence\u0026rdquo; as it is also supported by the European Commission, the National Science Foundation and other U.S. agencies, and the Australian Government.\nIn this scenario, they are providing nice guidelines documents which are worth of reading. This time, I want to share their ideas about the hot issue of Data Citation (which is related to Persistent Identifiers as DOI or EPIC PID).\nThe citation of the data is as hot as challenging to approach. 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Inizialmente, invasato dalla lettura del libro Quattro Ore alla Settimana Ricchi e felici lavorando 10 volte di meno” di Timothy Ferriss, mi sono lanciato nel mondo delle idee, del crowdfunding, degli startupper, interessandomi di alcuni attori della scena “crowdfunding” ma soprattutto cercando di capire come funzionasse e accumulando risorse, documenti.\nDopo qualche tempo i primi contatti di persone interessate, qualche telefonata, una mail… e adesso varie persone cominciano a scrivere per richiedere informazioni, per capire meglio cosa sia il crowdfunding, per avere consigli sull’impostazione del proprio progetto.\nBene, a tutti dico: abbiate pazienza, mi sto organizzando! Non sempre riesco a rispondere alle mail o a trovare slot di tempo per una chiacchierata. 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Inizialmente, invasato dalla lettura del libro Quattro Ore alla Settimana Ricchi e felici lavorando 10 volte di meno” di Timothy Ferriss, mi sono lanciato nel mondo delle idee, del crowdfunding, degli startupper, interessandomi di alcuni attori della scena “crowdfunding” ma soprattutto cercando di capire come funzionasse e accumulando risorse, documenti.\n","tags":[],"title":"Guida al Crowdfunding – il sito dei Giovani Artisti Italiani"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Being a huge Solid Earth Infrastructure, EPOS was recently included in the EGI Competence Centers call, where it will develop a pilot to test some EGI technologies, for instance the solutions to implement AAAI.\nMy Article on EGI newsletter explains a little bit what EPOS is and possible areas of collaboration with EGI.\nLink to online article Link to whole EGI newsletter Issue (PDF)\n","date":"2015-02-20","image":"/news/epos-an-e-infrastructure-to-integrate-solid-earth-science-data/images/EGI_logo_large01_hu_36fe99b9f55e907f.jpg","month":"2015-02","permalink":"/news/epos-an-e-infrastructure-to-integrate-solid-earth-science-data/","summary":"Being a huge Solid Earth Infrastructure, EPOS was recently included in the EGI Competence Centers call, where it will develop a pilot to test some EGI technologies, for instance the solutions to implement AAAI.\nMy Article on EGI newsletter explains a little bit what EPOS is and possible areas of collaboration with EGI.\nLink to online article Link to whole EGI newsletter Issue (PDF)\n","tags":[],"title":"EPOS: an e-Infrastructure to integrate Solid Earth Science data"},{"categories":["job","technology-ict"],"content":"Because of my job at INGV, where I\u0026rsquo;m involved in the huge EPOS European Project, I\u0026rsquo;m daily diving into lots of information from papers, blog posts and other resources (not last, some discussions with great colleagues) which all deal with the main subject of interoperability of systems.\nWell, actually the real main topic to me is interoperability, whose inflections can be as many as the fields of knowledge (and life) where we use such concept: we may call it Interculturality or Interculturalism in social sciences, we may call it price, which allows the goods exchange in Economics\u0026hellip; but well, that\u0026rsquo;s another story and I think you get the idea. Some interoperability specific - more concrete - themes I have to deal with, are stuff like Microservices and everything which is related to web services. Web services are one of the main concept (and technology) which enable interoperability of systems. RESTful web services are at the moment widely used. They basically rely on HTTP technology, are quite human readable and surely machine understandable. The advantage of such services is their ease of use. In the following example, copying/pasting it to your browser, you access to a free weather services by a RESTful API request:\nhttp://api.openweathermap.org/data/2.5/weather?q=London,uk Then you get a weird response, pretty human readable (maybe with some newline\u0026hellip;) which tells you how\u0026rsquo;s the weather in London. Just for fun, here is a list of public RESTful APIs providers. BTW, Facebook and Twitter needs you to be logged in to user their RESTful APIs.\nWhen creating RESTful web service, it is interesting to know that it can reach different degrees of Maturity according to how much you exploit the power of HTTP.\nSuch different levels of maturity have been modelized by L. Richardson in the Richardson Maturity Model, well described and analyzed in this wonderful post by Martin Fowler.\nAccording to this model, your RESTful service can be \u0026ldquo;graded\u0026rdquo; from 0 to 3, where 3 designates a truly RESTful API. using M. Flower words,\nRichardson Maturity Model provides a good step by step way to understand the basic ideas behind restful thinking, and what is really interesting is\nits relationship to common design techniques.\nLevel 1 tackles the question of handling complexity by using divide and conquer, breaking a large service endpoint down into multiple resources Level 2 introduces a standard set of verbs so that we handle similar situations in the same way, removing unnecessary variation Level 3 introduces discoverability, providing a way of making a protocol more self-documenting. Reading through all the article, you can get more and more familiar with HTTP concepts and understand \u0026ldquo;the real nature of HTTP\u0026rdquo;. Also, I was surprised by the power and richness of all HTTP (e.g. verbs, hypermedia controls), a communication protocol which deserve a special attention because of its widespread use in any kind of communication.\nLast but not least, I discovered Leonard Richardson to be a quite unique person, programmer, musician and writer with a hacker mindset\u0026hellip; have a look at his eclectic website.\nLink to the article: Richardson Maturity Model by Martin Fowler.\n","date":"2015-02-17","image":"/news/interoperability-and-richardson-maturity-model/images/overview_hu_3b0d1d0b6919193e.png","month":"2015-02","permalink":"/news/interoperability-and-richardson-maturity-model/","summary":"Because of my job at INGV, where I’m involved in the huge EPOS European Project, I’m daily diving into lots of information from papers, blog posts and other resources (not last, some discussions with great colleagues) which all deal with the main subject of interoperability of systems.\nWell, actually the real main topic to me is interoperability, whose inflections can be as many as the fields of knowledge (and life) where we use such concept: we may call it Interculturality or Interculturalism in social sciences, we may call it price, which allows the goods exchange in Economics… but well, that’s another story and I think you get the idea. ","tags":["integration","interoperability","restful-services","richardson-maturity-model","web","webservices"],"title":"Interoperability and Richardson Maturity Model"},{"categories":["job","ordinariabellezza","technology-ict"],"content":"Questa foto merita di stare al centro della pagina. E\u0026rsquo; memorabile.\nPerchè? Lo spiego subito: Chi ha l\u0026rsquo;occhio da scienziato avrà già intuito che stavo presentando un poster. Ero all\u0026rsquo;EGU a Vienna. Il tizio vicino a me, con pantaloni viola, camicia nera, foulard di seta nero con colombe bianche e un giacchetto tipo chiodo (e la capigliatura assicuro che non è una parrucca, ma vero capello anni 70!), sebbene possa dare l\u0026rsquo;idea di essere un frikkettone trovato all\u0026rsquo;ultimo momento per le strade della città, è in realtà un grande (rischia seriamente di diventare il mio Guru informatico): si chiama Keith J Jeffery, è un vero cervellone delle architetture informatiche in Europa, con vari titoli (dice un excerpt di una sua [[_FILES/PROJ-SRC/github/danielebailo.github.io/content/bio|bio]]: \u0026ldquo;Keith Jeffery is currently Director of IT and International Strategy of STFC (Science and Technology Facilities Council), based at the Rutherford Appleton Laboratory (RAL) in the UK.\u0026rdquo;). Ma possiede vari altri titoli (direttore di quà, presidente di là), si è occupato di Grid o ora lavora col Cloud e tante altre belle cosine che tralascio.\nOltre ad essere molto simpatico, eclettico e singolare, ci sono vari altre caratteristiche che ci accomunano (suona la chitarra ed è un vero rocchettaro). Ma più di tutto, ha una maniera di ragionare affascinante. Ha un pensiero sistemico. Non sono sicuro se sia la modalità di pensiero dei geni: ne ho conosciuti personalmente pochi ma in effetti pensano in maniera simile.\nMentre ero alla presentazione del poster, lui era lì con me essendone un co-autore. Nei momenti morti tra una chiacchierata e l\u0026rsquo;altra con quelli che volevano informazioni su simpatici ed incomprensibili schemi, ci siamo messi a fare un piano di lavoro per i prossimi mesi, ed lì ho visto il genio al lavoro. Bellissimo, mi sembrava di essere tornato all\u0026rsquo;università, ai tempi di informatica teorica.\nNella pianificazione delle attività per la costruzione dell\u0026rsquo;infrastruttura del progetto, mentre un qualsiasi nerd sarebbe partito dall\u0026rsquo;installare un qualcosa e smanettare, lui ha preso la cosa tutta da un atro verso: \u0026ldquo;prima di tutto abbiamo bisogno di quattro modelli per descrivere completamente il sistema\u0026rdquo; mi spiegava, \u0026ldquo;uno per gli utenti, uno per i dati, uno per le risorse e l\u0026rsquo;ultimo per il processing\u0026rdquo;. E continuava \u0026ldquo;poi dobbamo trovare le interfacce tra i vari modelli e vedere le interazione utente-sistema, sistema-sistema, dati-processing\u0026rdquo;\u0026hellip; e via su questo tono.\nAlla fine sul file excel avevamo una lista di una cinquantina di task, di cui nessuno intellegibile da un essere umano normale, e solo un paio comprensibili da un nerd (tipo: \u0026ldquo;installare postgresql\u0026rdquo;), tutto il resto trattava di oggetti astratti, delle loro interazione e delle strategie per riuscire a definirli proponendo prima uno schema semplificato, poi chiedendo alla comunità un feedback ed infine mettendo assieme i pezzi.\nOvviamente i miei neuroni rincorrevano i suoi, nel tentativo di captare il più possibile. Dopo la compilazione della lista l\u0026rsquo;ho poi sottoposto ad un trattamento shock: una buona mezz\u0026rsquo;ora di bombardamento di domande per essere sicuro di aver capito quello che avevamo appena scritto. Ho forzato con l\u0026rsquo;apriscatole la sua scatola cranica ed ho trovato una miniera. Eccezionale!\nOra non mi resta che lavorarci assieme, imparando il più possibile. E facendo un upgrade del mio pensiero.\nSe poi vado in crash, rebootto!\n","date":"2013-04-16","image":"","month":"2013-04","permalink":"/news/lavorare-con-un-genio-egu-3/","summary":"Questa foto merita di stare al centro della pagina. E’ memorabile.\nPerchè? Lo spiego subito: Chi ha l’occhio da scienziato avrà già intuito che stavo presentando un poster. Ero all’EGU a Vienna. Il tizio vicino a me, con pantaloni viola, camicia nera, foulard di seta nero con colombe bianche e un giacchetto tipo chiodo (e la capigliatura assicuro che non è una parrucca, ma vero capello anni 70!), sebbene possa dare l’idea di essere un frikkettone trovato all’ultimo momento per le strade della città, è in realtà un grande (rischia seriamente di diventare il mio Guru informatico): si chiama Keith J Jeffery, è un vero cervellone delle architetture informatiche in Europa, con vari titoli (dice un excerpt di una sua [[_FILES/PROJ-SRC/github/danielebailo.github.io/content/bio|bio]]: “Keith Jeffery is currently Director of IT and International Strategy of STFC (Science and Technology Facilities Council), based at the Rutherford Appleton Laboratory (RAL) in the UK.”). Ma possiede vari altri titoli (direttore di quà, presidente di là), si è occupato di Grid o ora lavora col Cloud e tante altre belle cosine che tralascio.\n","tags":["egu","keith-jeffery","ordinariabellezza","tecnology"],"title":"Lavorare con un illuminato (non è una pubblicità dell'ENEL) (EGU #3)"},{"categories":["job","riflessioni","technology-ict"],"content":"\nCosa c\u0026rsquo;entra Rocco Siffredi con Google e con la tecnologia?\nIl punto in comune è chiaro: l\u0026rsquo;ostentazione di enorme potenza, in un caso sessuale, nell\u0026rsquo;altro computazionale (lascio indovinare al lettore quale sia il caso di Google e quale quello del Siffredi).\nE\u0026rsquo; un parallelo che è apparso in maniera evidente nella mia mente quando ho ascoltato un talk, qui all\u0026rsquo;EGU, (leggi questo post per scoprire cos\u0026rsquo;è \u0026lsquo;EGU) del nuovo motore di ricerca/calcolo per le scienze della terra, EarthEngine, targato Google.\nIMMAGINE Di Niccolò Caranti (Opera propria) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons\nArriva un tizio in jeans e maglietta nera, mostra sicurezza e scioltezza, come se stesse andando al pub a prendersi una birra con gli amici.\nPoi esordisce: \u0026ldquo;la mia presentazione non sarà come quelle che avete visto fino ad ora\u0026rdquo;, ecco subito mi deve fare il diverso. E continua \u0026ldquo;per quindici anni ho lavorato nella ricerca facendo le cose sbagliate. Ora sono entrato in Google ed ho cominciato a fare le cose giuste\u0026rdquo;. Minchia! Ma chi sei? Va avanti: \u0026ldquo;noi di Google partiamo da un presupposto semplice: la potenza di calcolo e la capacità di storage sono risorse infinite, per noi\u0026rdquo;.\nVabbè\u0026hellip; se volete fare vedere che siete i più fighi allora venite qui e ragalateci 50 euro a testa, no?\nE il resto del talk è facile da immaginare: uno sciorinare le caratteristiche fantasmagoriche del software online che hanno creato. In tutto ciò che diceva, nel suo linguaggio, nei suoi atteggiamenti corporei, nel tono di voce e nella postura, traspariva questa semplice e incontestabile (per loro) verità: sono i più fighi e Google (adorato al pari di una divinità) è bravo, buono, ci vuole bene ma soprattutto è il più forte di tutti, nessuno lo distruggerà, fa cose belle, è bello lavorarci, è bello usarlo. Google e Ken Shiro. Google e Rocco Siffredi.\nAlla fine, nello spazio lasciato alle domande, il tizio diventa quasi aggressivo. Esempio: Domanda: \u0026ldquo;che sicurezza abbiamo che il servizio continuerà ad essere attivo nei prossimi dieci anni?\u0026rdquo; Risposta del tizio di Google: \u0026ldquo;nessuna\u0026rdquo; \u0026hellip;.silenzio\u0026hellip; Il tizo riprende: \u0026ldquo;che sicurezza avete di vivere nei prossimi due anni?\u0026rdquo; \u0026hellip;. (volevo grattarmi)\nOra, per non essere ipocrita, ammetto che Google appare attraente anche a me. Mi chiedo come sarebbe lavorarci, non solo per gli stipendi che immagino alti ma anche perché quando lavori con Google hai la consapevolezza di lavorare per una compagnia che rappresenta il meglio di quanto c\u0026rsquo;è sul mercato.\nTuttavia un elemento inquietante che mi fa riflettere, fra i molti, è la riverenza con cui i dipendenti di google ne parlano. Sembra davvero - a volte - che per loro sia Dio. C\u0026rsquo;è un che di religioso nel loro modo di descriverlo o di citarlo.\nIl tizio è poi andato via dopo il quarto d\u0026rsquo;ora canonico dedicato alle presentazioni, invitando tutta l\u0026rsquo;assemblea ad andare al loro stand per una dimostrazione di questo earthengine, che - io ci sono stato - fa delle cose effettivamente belle, ma mi lascia perplesso se penso a quanto effettivamente uno scienziato possa usarlo. Infatti la potenza e il limite, al tempo stesso, dei prodotti Google è quella di creare tecnologie che funzionano benissimo, semplicissime, ma che hanno una flessibilità limitata. La stessa ricerca con Google è effettivamente eccezionale (adesso poi con il completamento automatico sembra che ti legga nel pensiero), ma se volessi ad esempio avere una lista delle pagine che contengono una biografia personale di tutte le persone che si chiamano \u0026ldquo;Ignazio\u0026rdquo;, la cosa si fa più compessa: ricevo tonnellate di risultati che poi devo selezionare a mano. Per ricerche complesse è quindi poco adeguato: questo è il motivo che mi lascia un poco titubante sul possibile utilizzo di uno strumento come earthengine.\nMa sarà il tempo a parlare.\nNel frattempo, la loro roccosiffredità rimarrà inalterata, anzi forse aumenterà insieme alle dimensioni enormi di qualsiasi cosa abbiano (calcolo, storage, utenti). A noi non resta che esserne coscienti e non farci ingannare dalle dimensioni, che un po\u0026rsquo; contano, ma non sono tutto.\n","date":"2013-04-13","image":"","month":"2013-04","permalink":"/news/google-il-rocco-siffredi-della-tecnologia-egu2/","summary":"\nCosa c’entra Rocco Siffredi con Google e con la tecnologia?\nIl punto in comune è chiaro: l’ostentazione di enorme potenza, in un caso sessuale, nell’altro computazionale (lascio indovinare al lettore quale sia il caso di Google e quale quello del Siffredi).\nE’ un parallelo che è apparso in maniera evidente nella mia mente quando ho ascoltato un talk, qui all’EGU, (leggi questo post per scoprire cos’è ‘EGU) del nuovo motore di ricerca/calcolo per le scienze della terra, EarthEngine, targato Google.\nIMMAGINE Di Niccolò Caranti (Opera propria) [CC BY-SA 4.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons\n","tags":["egu","ken-shiro","ricerca","riflessioni","rocco-siffredi","tecnology"],"title":"Google: il Rocco Siffredi della tecnologia (EGU#2)"},{"categories":["job","riflessioni","technology-ict","vita-viaggi"],"content":"Ho vari amici e conoscenti al di fuori della cerchia del lavoro con cui spesso mi ritrovo a parlare delle mie attività. Ogni volta - sorprendentemente - scopro quanto sia poco semplice raccontare quello che si fa a questi congressi o meeting a cui ogni tanto partecipo.\nAvendo già gettato la spugna sul tentativo di rispondere alla fatidica domanda \u0026ldquo;che lavoro fai?\u0026rdquo; posta dai non addetti ai lavori di età superiore a 70 anni (\u0026quot;\u0026hellip;lavoro in EPOS, un progetto Europeo che si occupa delle integrazione delle infrastrutture di ricerca per le scienze della terra, ora mi occupo della raccolta dei metadati per la creazione del catalogo che permettarà la discovery e l\u0026rsquo;integrazione dei dati\u0026quot; ho provato a dire, e seguivano sguardi basiti, degli \u0026ldquo;ah però, interessante\u0026rdquo; detti con evidente meccanicità e altre scene che vi risparmio), tento allora di illustrare come funziona un congresso come l\u0026rsquo;EGU.\nChissà un giorno forse riuscirò a far capire di cosa mi occupo prima di pronunciare la parola magica \u0026ldquo;terremoti\u0026rdquo; (molto indirettamente si potrebbe dire che mi occupo anche di quello. Molto indirettamente. Molto.)\nAnche quest\u0026rsquo;anno, quindi, sto partecipando all\u0026rsquo;EGU. Cos\u0026rsquo;è \u0026lsquo;EGU? E\u0026rsquo; l\u0026rsquo;acronimo di European Geoscience Union general assembly. In sostanza è un grandissimo congresso (c.ca 30 mila persone) in cui tutti gli scienziati che si occupano di scienze della terra si incontrano per discutere delle nuove scoperte fatte, per confrontarsi sullo stato dell\u0026rsquo;arte di una certa disciplina, per mostrare il proprio lavoro, per creare contatti. In tutti gli ambienti accademici infatti si fanno incontri periodici per potersi raccontare, per capire dove si sta andando. Ecco, questo congresso, se proprio lo si deve classificare, può essere ficcato in questo calderone di incontri accademici.\nDurante tutto il giorno ci sono presentazioni sui vari temi delle scienze della terra: si va dalla sismologia all\u0026rsquo;energia e ambiente, dalll\u0026rsquo;idrologia all\u0026rsquo;informatica applicata ai sistemi per memorizzare e condividere i dati. Sono tantissime: d_alle 8.30 di mattina sino alle 20.00 ci sono infatti più di 60 presentazioni in parallelo ogni quarto d\u0026rsquo;ora e più di 800 poster presentati ogni giorno._ Facendo i conti del pizzicarolo: 2880 presentazioni orali al giorno.\nInsomma un gran casino, e quando arrivi devi prendere il programma, un libretto di 300 pagine, per capire le sessioni che ti interessano.\nNel quadro di questo congresso, io che mi occupo della \u0026ldquo;parte informatica\u0026rdquo; (chiamiamola così senza scendere in dettagli poco digeribili da chi informatico non è) di un progetto di scienze della terra. Quest\u0026rsquo;anno, come anche l\u0026rsquo;anno scorso oscillo tra 1. lo stand del progetto, 2. incontri interni e sessioni del congresso, 3 la presentazione del poster.\nLo stand del progetto [caption id=\u0026ldquo;attachment_262\u0026rdquo; align=\u0026ldquo;alignleft\u0026rdquo; width=\u0026ldquo;300\u0026rdquo;] EPOS Booth Team[/caption]\nMi piace chiamarlo \u0026quot;il negozio del barbiere\u0026quot;: infatti sebbene nasca come luogo dove dare informazioni riguardo al progetto e alle iniziative in corso, spesso si trasforma in un luogo dove i parassiti che vengono per accaparrarsi i gadget disponibili (penne, brochures fighissime, spillette e quest\u0026rsquo;anno addirittura le m\u0026amp;m\u0026rsquo;s con il logo personalizzato!)\n[caption id=\u0026ldquo;attachment_253\u0026rdquo; align=\u0026ldquo;alignright\u0026rdquo; width=\u0026ldquo;224\u0026rdquo;] i gadgets[/caption]\nsi fermano poi per parassitare anche il nostro tempo. Si appassionano, vengono lì, ti raccontano cosa fanno, narrano la storia della loro vita, ti dicono che possono prevedere i terremoti senza errore e alla richiesta della provenienza di tali capacità taumaturgiche rispondono con l\u0026rsquo;ingenuità e limpidezza d\u0026rsquo;animo di una bambina che gioca ancora con le Barbie che hanno dei modelli scientifici rigorosi. Insomma pura fantasia.\nEsattamente come accade nel negozio del barbiere, capita che si fermino sfaccendati di varia estrazione a narrare le loro celie, arrivino conoscenti che hanno bisogno di un tavolo per poggiare il computer e scaricarsi la posta, soggetti in cerca di amicizia a cercare il contatto umano che solo noi di EPOS - che sgorghiamo italianità da tutti i pori in questo scenario di freddi nordeuropei (scheeerzo!)- sappiamo dare loro.\nNella foto qui accanto invece vedete immortalato un momento storico: diversi ICT people, tra cui anche me, si incontrano per discutere sul diagramma funzionale di un sistema per la memorizzazione, lo staging, il PIDding dei dati e dei metadati sismologici.\nFinalmente dopo tanta solitudine informatica mi sono ritrovato con altre persone estremamente competenti con cui confrontarmi ed imparare. Siamo riusciti a maturare una visione comune e concordare i prossimi passi da fare. Per quanto mi riguarda lavorerò con altri colleghi dell\u0026rsquo;INGV su un prototipo per la memorizzazione dei dati e metadati sismologici basato su couchdb o altri database noSQL. Una gran figata, insomma.\nIncontri e sessioni I vari meeting e le sessioni (quelli che si tengono a botte di 60 in parallelo) sono molto interesanti. Nei primi si discute per lo più degli affari di famiglia, vale a dire questioni interne al progetto. Un esempio: i vulcanologi stanno costruendo un nodo che distribuirà dati e servizi a EPOS, quindi si devono incontrare per guardarsi in faccia e concordare su come costruirlo, quali dati condividere, a chi darli, come distribuirli ecc ecc.\nImmagino che tutto ciò possa sembrare quasi superfluo ad un osservaore esterno, ma la realtà è che quando si cerca di fare qualcosa con gli altri specialmete in ambito scientifico, ognuno si approccia al problema con il proprio background e generalmente ci vuole un po\u0026rsquo; di tempo per circoscrivere l\u0026rsquo;argomento. Per esempio anche parlando di argomenti puramente informatici, spesso escono fuori temi scientifici e servono ore di convincimenti, confronti, lavaggi del cervello, lobotomie ed altri mezzi estremi per chiarire che in quel momento la domanda è \u0026ldquo;vuoi condividere i dati con tutti o solo con il collega della porta accanto?\u0026rdquo;\nLe sessioni invece sono i cosiddetti \u0026ldquo;oral talks\u0026rdquo;, in cui si fanno delle presentazioni con i risultati di un proprio lavoro, spesso collegato ad una pubblcazione scientifica. Oggi ne ho ascoltato uno fantastico fatto dai tizi di google. Ma questo merita un post a parte.\nPrima però vi lascio una chicca (la foto qui sotto).\nA dopo allora.\n","date":"2013-04-10","image":"/news/un-congresso-di-geoscienziati-alias-egu-1/images/527661_465835656794200_261184022_n_hu_d4651bda09ac1b4c.jpeg","month":"2013-04","permalink":"/news/un-congresso-di-geoscienziati-alias-egu-1/","summary":"Ho vari amici e conoscenti al di fuori della cerchia del lavoro con cui spesso mi ritrovo a parlare delle mie attività. Ogni volta - sorprendentemente - scopro quanto sia poco semplice raccontare quello che si fa a questi congressi o meeting a cui ogni tanto partecipo.\nAvendo già gettato la spugna sul tentativo di rispondere alla fatidica domanda “che lavoro fai?” posta dai non addetti ai lavori di età superiore a 70 anni (\"…lavoro in EPOS, un progetto Europeo che si occupa delle integrazione delle infrastrutture di ricerca per le scienze della terra, ora mi occupo della raccolta dei metadati per la creazione del catalogo che permettarà la discovery e l’integrazione dei dati\" ho provato a dire, e seguivano sguardi basiti, degli “ah però, interessante” detti con evidente meccanicità e altre scene che vi risparmio), tento allora di illustrare come funziona un congresso come l’EGU.\n","tags":["egu","riflessioni","software","tecnology","tecnology-ict","vita"],"title":"Un congresso di geoscienziati? (alias: EGU #1)"}]